Ossigeno #11

OSSIGENO acqua

Il bianco che avvolge l’undicesimo numero di Ossigeno – Elements of Life anticipa al lettore un significativo sviluppo della pubblicazione, e nel corso della collezione diventerà elemento per indicare l’unicità del contenuto: in questo caso, l’acqua. Con esempi pratici e attraverso incontri artistici e di pensiero, nei precedenti numeri di Ossigeno le vie di crescita ambientale e sociale erano presentate con argomenti diversi e un filo conduttore che, progressivamente, prendeva forma durante la realizzazione di ogni numero. Da questo bianco e dal numero 11 di Ossigeno, testi, immagini e illustrazioni proseguono con la medesima spinta e funzione, ma su approfondimenti monografici. Da qui e per le prossime pubblicazioni, un unico soggetto sarà così affrontato, con le chiavi di lettura di sempre e lo stesso obiettivo di contribuire alla diffusione di informazioni e spunti per un aggiornato ragionamento sul rapporto tra l’essere umano e il suo ambiente di vita. �uesto è l’obiettivo editoriale di Ossigeno: condividere esperienze e informazioni sui temi chiave di ambiente e società. �uesto numero di Ossigeno è dedicato all’acqua. Acqua nella sua relazione con l’essere umano, dal punto di vista del suolo e attraverso altre necessarie considerazioni e prospettive. �uesto è il terzo numero a ospitare una rubrica che, pur senza un titolo formale, si può definire Agricoltore custode del pianeta. È voluta per portare giusta attenzione e conoscenza su quell’agricoltura capace di far crescere un frutto raro: suolo fertile. Per Ossigeno e per questa rubrica, Vandana Shiva, fondatrice di Navdanya International, racconta la pratica e la necessità di un’agricoltura votata alla qualità del suolo, di un frutto che sia nutriente e di una coltivazione equa nella distribuzione del valore della produzione. Parliamo di acqua attraverso l’esperienza di DeserTech, comunità di innovazione della Ben-Gurion University del Negev, la cui attività è raccontata da Patricia Golan nello scopo e nei risultati del riunire tutti i progetti che, a livello mondiale, hanno sostituito o portato l’acqua dove non è possibile trovarla. L’acqua è il flusso su cui prosegue la rubrica disegnata dalla china di Nicola Mari e su cui insiste quell’immancabile, perché indispensabile, richiamo all’arte come veicolo per idee e considerazioni: in questo numero, Gian Maria Tosatti è la guida in un parallelismo di diritti e forza proprio tra acqua e arte. The white treasuring the eleventh issue of Ossigeno – Elements of Life discloses to the reader a significant development of the publication, and over the course of the book series it will become an element able to indicate the uniqueness of the content: in this case, water. With practical examples and through artistic and thought encounters, in the previous issues of Ossigeno the ways of environmental and social growth have been presented with different topics and a common thread that, progressively, took shape during the making of each issue. Starting with this shade of white and with Ossigeno’s number 11, texts, images and illustrations move forward with the same drive and function, but concerning monographic insights. From here and for our future publications, a single subject will thus be analyzed, with the usual interpretation keys and the same objective of contributing to the disclosure of information and ideas for an updated reasoning on the relationship between human being and its living environment. Here is Ossigeno's editorial goal: to share experiences and information on key environmental and social issues. This issue of Ossigeno is dedicated to water. Water in its relationship with human being, from the point of view of the soil and through other necessary considerations and perspectives. This is the third issue hosting a column which, although without a formal title, can be defined as Grower as the keeper of the planet. It is intended to bring proper attention and knowledge to a kind of agriculture capable of growing a rare fruit: fertile soil. For Ossigeno and for this column, Vandana Shiva, founder of Navdanya International, writes about the practice and the need for an agriculture devoted to soil quality, to nutritious fruits and to an equitable cultivation in respect of the distribution of production value. We talk about water through the experience of DeserTech, the innovation community of the Ben-Gurion University of the Negev, whose activity is told by Patricia Golan in the aim and results of bringing together all the projects that, worldwide, have replaced or brought water where it cannot be found. Water is also the flow leading the column designed by Nicola Mari and that unmissable, because indispensable, reference to art as a vehicle for ideas and considerations: in this issue, Gian Maria Tosatti is our mentor in a parallelism of rights and strength between water and art. Mario Zani

Dalla gratitudine a Navdanya di Vandana Shiva È l’incarnazione dell’impegno nella protezione della diversità biologica e culturale. È stata insignita nel 1993 del Right Livelihood Award, il Nobel Alternativo per la Pace. Fisica quantistica ed economista, vicepresidente di Slow Food International e fondatrice di Navdanya: a firmare per Ossigeno #11 il testo di apertura sull’interconnessione tra acqua, suolo e umanità, l’icona mondiale dell’attivismo Vandana Shiva. Dittico idraulico e altre storie. Conversazioni con Frank Westerman di Leonardo Merlini La poetica, fluida ed evocativa, di Leonardo Merlini si fonde con l’intensità narrativa del celebre scrittore olandese Frank Westerman in un racconto, quello dei loro incontri, che naviga sulle acque di Venezia e del Vajont, del Lago Nyos e dell’Arca di Noè. Le grandi opere idrauliche come porti da cui salpare per una narrazione del contemporaneo, e dell’umano tentativo di governarne i flussi. Il corpo e il riparo: diritto all’acqua e arte contemporanea. Conversazione con Gian Maria Tosatti di Fabiola Triolo Ci immergiamo nell’estetica dell’acqua e nella sua potenza simbolica attraverso l’incontro con Gian Maria Tosatti – a cui, nel 2022, l’Italia ha affidato le sue più grandi istituzioni artistiche, la Biennale di Venezia e la �uadriennale di Roma – scegliendolo come luminoso faro per indagare il riparo che la sua arte ha offerto all’acqua come diritto universale, e alla cultura come fluidità interdisciplinare. Acqua nel deserto di Patricia Golan – the DeserTech Community Riciclaggio e disinfezione dell’acqua, desalinizzazione, irrigazione a goccia: Israele, nazione la cui morfologia è desertica per il 60%, ha saputo fare di necessità virtù, diventando pioniera nell’implementazione di tecnologie avanguardistiche per affrontare il problema globale della scarsità di acqua. Il racconto di Patricia Golan, membro della comunità di innovazione israeliana DeserTech. Swimming in blue air ciclo fotografico di Mustafa Sabbagh «Sempre il mare, uomo libero, amerai! Perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell'infinito svolgersi dell'onda l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito. Godi nel tuffarti in seno alla tua immagine; l'abbracci con gli occhi e con le braccia, […] o lottatori eterni, o implacabili fratelli!» (Charles Baudelaire, L'uomo e il mare, da Les fleurs du Mal, 1857). L’acqua come libertà, nel racconto per immagini di Mustafa Sabbagh. FreeWater: la rivoluzione dell’acqua. Conversazione con Albert Prewitt di Sandro Di Domenico Il futuro del marketing passa attraverso una bottiglia d’acqua offerta gratis. Ce lo svela Albert Prewitt, socio fondatore di FreeWater, startup statunitense che ha saputo fare proprio il principio del costo-opportunità del Premio Nobel Milton Friedman non solo per produrre un profitto equo e sostenibile, ma soprattutto per supportare una non-profit come Save the Refugees e per azzerare la sete nel mondo. Last graphic novel di Nicola Mari «Una presenza femminile, in luoghi e spazi indefiniti. L’incontro con un antico ierofante. Reazioni chimiche, combinazioni, sogno e realtà, enigma e alchimia. Un solo elemento, al centro e all’origine di questa pulsione vitale che si fa narrazione: l’acqua». La nuova graphic novel di Nicola Mari per Ossigeno: Last come definitività, Last come durata, Last come resistenza. Come i tratti dell’acqua. Veryverywhite: il polittico all’acqua e mercurio di Angelo Del Negro di Stefano Santangelo Il bianco che avvolge l’esterno di questo numero di Ossigeno ne chiude anche l’interno con il ciclo fotografico di Angelo Del Negro, immerso nelle Spiagge Bianche di Rosignano, audacemente ribattezzate i Caraibi livornesi. Ma sabbia candida e acqua cristallina non sono che il Paradiso fake dello sversamento di agenti sbiancanti da parte della vicina Solvay. Perché l’apparenza, a volte, può ingannare. 08 22 34 86 98 120 132 146 O11 visuals: Isacco Emiliani, Arctic Visions, 2016-cont.

From gratitude to Navdanya by Vandana Shiva Embodiment of the effort in the protection of biological and cultural diversity. Honoured in 1993 with the Right Livelihood Award, the Alternative Nobel Prize for Peace. �uantum physicist and economist, vice president of Slow Food International and founder of Navdanya: signing for Ossigeno #11 the opening text on the interrelation between water, soil and humanity, the global icon of activism Vandana Shiva. Hydraulic diptych and other stories. Some conversations with Frank Westerman by Leonardo Merlini The fluid and evocative poetics by Leonardo Merlini merges with the narrative intensity by the renowned Dutch writer Frank Westerman in a tale, that of their encounters, sailing on the waters of Venice and the Vajont, of Lake Nyos and the Ark of Noah. The large-scale hydraulic works as ports for sailing towards a narration of the contemporary, and of the human attempt to govern its flows. The body and shelter: right to water and contemporary art. A conversation with Gian Maria Tosatti by Fabiola Triolo We immerse ourselves in the aesthetics of water and its symbolic power through the meeting with Gian Maria Tosatti – to whom, in 2022, Italy has entrusted its largest artistic institutions, the Venice Biennale and the Rome Quadrennial – choosing him as a bright beacon to investigate the shelter that his art has offered to water as a universal right, and to culture as interdisciplinary fluidity. Water in the desert by Patricia Golan – the DeserTech Community Water disinfection and recycling, desalination, drip irrigation: Israel, a nation whose morphology is 60% desert, has been able to make a virtue out of necessity, becoming a pioneer in the implementation of cutting-edge technologies to deal with the global problem of water scarcity. The report by Patricia Golan, member of the Israeli innovation community DeserTech. Swimming in blue air photographic series by Mustafa Sabbagh «Free man, you will always cherish the sea! The sea is your mirror; you contemplate your soul in the infinite unrolling of its billows, and your mind is an abyss. You like to plunge into the bosom of your image; you embrace it with eyes and arms, […] o eternal fighters, o implacable brothers!» (Charles Baudelaire, Man and the Sea, from Les fleurs du Mal, 1857). Water as freedom, in the picture story by Mustafa Sabbagh. FreeWater: the water revolution. A conversation with Albert Prewitt by Sandro Di Domenico The future of marketing goes through a free bottle of water. This is revealed to us by Albert Prewitt, founding partner of FreeWater, a US startup able to adopt the principle of opportunity cost by the Nobel Prize Milton Friedman not only to produce a fair and sustainable revenue, but above all in order to support a non-profit organization the likes of Save the Refugees, and in order to quench thirst in the world. Last graphic novel by Nicola Mari «A female presence, in undefined places and spaces. The encounter with an ancient hierophant. Chemical reactions, combinations, dream and reality, enigma and alchemy. Only one element, at the center and at the origin of this vital drive that becomes narration: water». The new graphic novel by Nicola Mari for Ossigeno: Last as definitiveness, Last as duration, Last as resistance. Like the features of the water. Veryverywhite: the water and mercury polyptych by Angelo Del Negro by Stefano Santangelo The white surrounding the exterior of this Ossigeno issue also concludes its interior through the photographic series by Angelo Del Negro, immersed in the White Beaches of Rosignano, boldly renamed the Caribbean of Livorno. However, white sand and crystal clear water are nothing but the fake Paradise of the spill of bleaching agents by the nearby Solvay. Because appearances can sometimes be deceiving. 14 28 60 92 98 126 132 154 O11 visuals: Isacco Emiliani, Arctic Visions, 2016-ongoing

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10 Dalla gratitudine a Navdanya Vandana Shiva

11 Ciò che mi ha sempre guidato è l’amore e il rispetto per la Terra e per l'umanità. La mia gratitudine per la vita che la Terra viva ci dona è ciò che mi guida a difendere natura e diritti umani. Il diritto umano alla vita fluisce dai diritti connaturati alla Terra, quindi, per me, difendere la Terra è un nostro dovere, oltre che un nostro diritto. Il modo migliore in cui le persone possono sentirsi coinvolte è partecipare alla rigenerazione della Terra viva coltivando un giardino o producendo cibo secondo il paradigma ecologico, senza l’uso di sostanze chimiche. �uando ci prendiamo cura del suolo diventiamo noi stessi parte della Terra, acquisiamo la consapevolezza di essere noi stessi parte della natura. Siamo fatti degli stessi cinque elementi che costituiscono la Terra: spazio, aria, acqua, fuoco, suolo. Humus, come per il suolo, è la radice della parola umano. Siamo terra. Siamo fatti di terra. E possiamo e abbiamo il dovere di rigenerare la Terra. Dobbiamo cambiare rotta. Dobbiamo abbandonare la strada dell'estrattivismo, del prendere senza dare, del porre i profitti al di sopra delle persone. È la parabola discendente del consumismo, che sta annientando le condizioni della vita umana sulla Terra. È un vicolo cieco; sfocia in estinzione. Il cammino che conduce alla possibilità di un futuro per l’umanità si indica seguendo il percorso su cui gli indigeni hanno camminato per secoli senza mai distruggere la Terra. Significa camminare seguendo quei solchi della natura che hanno sorretto la vita sulla Terra nel corso dei millenni. In Navdanya siamo profondamente consapevoli che il suolo è vivo, e che prendersi cura del suolo vivo è l'aspetto più importante della coltivazione del cibo. Il cibo è il dono del seme vivo e del suolo vivo. Semi e piante vivificano il suolo, e il suolo vivo alleva semi vivi. Il terreno su cui si trova la cooperativa di Navdanya era un lembo di terra desertificato, impoverito da una piantagione di eucalipti. Per rigenerare il suolo, abbiamo nutrito i suoi microrganismi aggiungendovi materia organica. Abbiamo coltivato la biodiversità, che ha favorito l’accoglienza di una ancor più ricca varietà di insetti e impollinatori, di lombrichi e organismi del suolo, di piante medicinali, spontanee, selvatiche, edibili. �uando non si ricorre all’uso di pesticidi ed erbicidi come il glifosato, che uccide insetti e piante, la biodiversità coltiva la biodiversità. La biodiversità coltiva l'abbondanza, la biodiversità coltiva la vita. Le nostre ricerche dimostrano che un terzo del cibo è opera degli impollinatori. Il nutrimento per il nostro cibo proviene dai microrganismi del suolo. Avere cura dei semi significa allora occuparsi di semi a impollinazione libera e rigenerativa, accrescendone la diversità attraverso una banca viva dei semi, in modo che possano co-evolvere adattandosi al cambiamento climatico. La banca dei semi di Navdanya è viva, è un bene comune, dove i semi co-evolvono grazie alla cura umana. La banca dei semi di Navdanya, all’interno della cooperativa di Navdanya, non è che una delle 150 banche comunitarie di semi che abbiamo contribuito a creare a partire dal 1991. Ho avviato l’istituzione di banche comunitarie di semi per salvaguardare la diversità dei semi vivi e perché potessero restare nelle mani degli agricoltori. È stato nel 1987, durante un meeting sulle nuove biotecnologie, che l’industria chimica ha rivelato per la prima volta di come avrebbe geneticamente modificato i semi per possederne il brevetto esclusivo. Dissero che tutti i semi sarebbero divenuti OGM aziendali brevettati entro il 2000, e che l'accordo sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio dell’AGTC/OMC¹ sarebbe stato utilizzato per rendere illegale la conservazione e lo scambio di semi. Per me custodire e condividere i semi è un dovere etico, oltre che ecologico. Quindi, assieme alle comunità, mi sono impegnata a conservare i semi attraverso le banche comunitarie e a combattere l’affermazione falsa che i semi siano congegni inventati dalla Monsanto. Una banca comunitaria dei semi rappresenta allora una riappropriazione di beni comuni e vitali in un periodo di imperialismo ai danni della vita, a cominciare dal monopolio sui semi. Parlando di acqua, nel corso della storia le sue fonti erano riconosciute come sacre. Sono luoghi degni di timore reverenziale perché l'acqua è dono della natura, e dà il dono della vita. È imprescindibile per la nostra sopravvivenza. Non solo costituisce gran parte dei nostri stessi corpi, ma con l'acqua il suolo viene idratato in modo che le piante crescano, che cresca la vita. A sua volta, la materia organica delle piante e di altri esseri viventi ritorna al suolo, rendendolo più resistente all'erosione e aumentandone la capacità di ritenzione idrica. ¹ Accordo Generale sulle Tariffe doganali e sul Commercio, divenuto in seguito Organizzazione Mondiale del Commercio (NdR).

12 L'acqua è bene comune. È il fondamento ecologico di tutta la vita. La sua sostenibilità e l'equa ripartizione dipendono dalla cooperazione tra i membri della comunità. Tuttavia, c'è uno slancio crescente verso la privatizzazione delle risorse idriche. Assistiamo a un crescente intervento da parte dello stato in termini di politica idrica e di sovversione del controllo comunitario sulle sue risorse. Nei secoli e nel mondo, i diritti dell'acqua hanno preso forma sia sui limiti degli ecosistemi che sui bisogni delle persone. L'acqua è sempre stata considerata un diritto naturale. I diritti dell'acqua come naturali non hanno origine con lo stato; essi evolvono al di fuori del contesto ecologico dell'esistenza umana. E parlando di suolo, il suolo vivo è una complessa rete alimentare, brulicante di vita. Un metro cubo può contenere più di 5.000 lombrichi, 50.000 insetti e acari e 12 milioni di nematodi. Un grammo può contenere 30.000 protozoi, 50.000 alghe, 400.000 funghi e miliardi di batteri. �uesta vita nel suolo è ciò che ne ringiovanisce la fertilità, rendendo le sostanze nutritive disponibili per le piante che sono il fondamento della nostra agricoltura. Eppure l'industria agricola ha fatto suo il mito secondo cui i fertilizzanti sintetici possono aumentare la produzione alimentare, indipendentemente dalla vita del suolo, azzerando i limiti ecologici alla produzione alimentare. �uesto mito è supportato dal costrutto di resa – la misura del peso della merce che lascia la fattoria. Non è una misura del valore nutritivo degli alimenti prodotti dalla terra, né tiene conto delle condizioni del terreno dopo il raccolto. L'uso di fertilizzanti artificiali comporta la morte del suolo vivo, dunque la riduzione della sua fertilità. Ciò significa che la nutrizione per acro è diminuita. Il ciclo di carbonio e azoto attraverso il suolo è stato spezzato. Il ciclo idrologico ne è stato negativamente colpito. L'agricoltura industriale è implicitamente ad elevato consumo idrico. Usa dieci volte l'acqua che l’agricoltura ecologica impiegherebbe per produrre la stessa quantità di cibo. È questo il motivo principale per cui l'acqua viene estratta, causandone la scarsità in gran parte del mondo. Inoltre, prodotti chimici e fertilizzanti sintetici annientano la capacità di ritenzione idrica del suolo precedentemente vivo. Tutti gli umani hanno gli stessi diritti al cibo e all’acqua, all’aria pulita e a un ambiente sano e sicuro. Gli esseri umani, in quanto parte della Terra, possiedono il diritto naturale a una vita in benessere e in salute. Il diritto alla vita comprende il diritto a respirare, ad avere aria pulita, il diritto all'acqua e all’affrancamento dalla sete, il diritto al cibo e all’affrancamento dalla fame, il diritto a una casa, alla proprietà, alla terra, al sostentamento e ai mezzi di sopravvivenza che suolo e terra forniscono. Dal momento che dipendiamo dalla natura per il sostentamento, la sua devastazione si traduce in violazione dei diritti umani al cibo, all'acqua, alla vita e ai mezzi di sussistenza. Tutti i problemi ecologici hanno radici comuni nella negazione della Terra come sistema vivente e nella violazione dei limiti dei suoi cicli e dei suoi processi. La violazione dell'integrità delle specie e degli ecosistemi, la profanazione dei limiti ecologici, dei confini planetari, dell'integrità culturale e della diversità sono alla base delle molteplici emergenze ecologiche che la Terra sta affrontando, e delle emergenze sociali ed economiche fronteggiate dall'umanità. L'agricoltura industriale è responsabile della devastazione del suolo, dell'acqua e della biodiversità del pianeta. Di questo passo, se la quota di agricoltura industriale basata su combustibili fossili e di cibo industriale nella nostra dieta aumentano ancora, presto avremo un pianeta morto. La biodiversità, la diversità delle specie, la loro mutualità e la loro interconnessione creano la rete della vita, mantengono vivo il pianeta e l'infrastruttura della vita. Le emergenze che gli esseri umani devono affrontare in termini di fame e sete, malattie e pandemie sono profondamente radicate nelle crisi ecologiche e nelle crisi di ingiustizia, disuguaglianza e disumanità. Le crisi multiple e le pandemie contro le quali ci troviamo oggi a combattere – la pandemia sanitaria, quella della fame, la pandemia della povertà, l'emergenza climatica, dell'estinzione, dell'ingiustizia, dell'esclusione e della disuguaglianza, l'espropriazione e l'eliminazione di un gran numero di esseri umani – sono tutte radicate in una visione del mondo basata sulle illusioni di separazione e di superiorità, che negano l'interconnessione e l'unità di tutto. L'assunto antropocentrico secondo cui gli esseri umani sono separati dalla natura e superiori alle altre specie prive di diritti non solo è una violazione dei diritti dei nostri simili, ma è anche una profanazione della nostra stessa umanità e dei nostri stessi diritti umani. I più recenti assunti scientifici dimostrano che è la cooperazione, e non la competizione, a plasmare l'evoluzione. Dalle molecole in una cellula, agli organismi, agli

13 ecosistemi, fino al pianeta nella sua integrità, cooperazione e mutualità sono i principi ordinatori della vita. Le culture indigene si sono sempre concepite e strutturate come membri della comunità della Terra, cooperando per preservare le infrastrutture e il benessere della vita. �uanto alla tecnica, in un’ottica meccanicistica, le tecnologie chimiche, meccaniche e genetiche diventano misura dell’avanzamento di un sistema socio-sanitario. Ma le tecnologie sono strumenti, e gli strumenti devono essere valutati in base a criteri etici, sociali ed ecologici. Nella civiltà indiana, strumenti e tecnologie non sono mai stati concepiti come autoreferenziali. Al contrario, sono stati valutati in base al contributo fornito al benessere di tutti. I sistemi alimentari devono rigenerare la biodiversitಠper fornire più cibo a più specie e più persone, in modo che nessuno debba soffrire la fame, nessuno sia malnutrito, nessuno venga afflitto da malattie croniche. Dobbiamo rinaturare, riportare allo stato brado le nostre menti, il nostro cibo, i nostri sistemi alimentari. Rewilding, rinaturare, significa anche rigenerare la biodiversità nelle nostre fattorie e nelle foreste, ri-naturalizzare il microbioma intestinale, i nostri corpi, la nostra mente. Rinaturare il cibo equivale anche ad azzerare le storiche ingiustizie perpetrate contro gli indigeni e le tribù. Significa riportare le persone e il cibo nelle foreste, e gli alberi e gli animali nelle fattorie. Il rewilding include la riscoperta e la rigenerazione di cibi ed edibili forestali e selvatici, oltre alla creazione di foreste alimentari. Include il portare gli animali fuori dalle aziende, il riportarli alla terra. Allevandoli all’aperto, e reintegrandoli in un sistema agroecologico, per nutrire anche le piante che li alimentano. Data l'emergenza planetaria, e l'emergenza sociale ed economica della disoccupazione, dei debiti e dei suicidi degli agricoltori, tocca a noi ora proteggere la Terra, difendere diritti e mezzi di sussistenza dei nostri piccoli coltivatori, delle nostre tribù, dei nostri artigiani, per ristabilire una modalità di lavoro che lo porti a essere costruttivo, creativo, dignitoso e auto-organizzato in economie vive, capaci di rigenerare la Terra, i mezzi di sussistenza, la speranza nel futuro. Il passaggio dalla globalizzazione aziendale basata sui combustibili fossili alla localizzazione delle nostre economie è ormai un imperativo ecologico e sociale. La localizzazione economica implica che tutto ciò che può essere prodotto localmente, contando sulle risorse del territorio, debba essere protetto per costruire una economia locale vibrante, in modo da salvaguardare tanto i mezzi di sussistenza quanto l'ambiente. Vent'anni dopo aver scritto Le guerre dell’acqua, ciascuna crisi di cui ho trattato si è intensificata nel mondo industriale. La privatizzazione dell'acqua è aumentata, tuttavia abbiamo anche vinto alcune battaglie contro corsari dell’acqua come Coca Cola. A Plachimade, un piccolo villaggio del Kerala, sono state le donne a determinare la chiusura di un loro impianto. Il movimento per la protezione dell'acqua come bene comune è cresciuto in tutto il mondo. L'agricoltura industriale è ad elevato consumo idrico, e ha causato il prosciugamento di laghi e falde acquifere. Nel capitolo dedicato ai cambiamenti climatici, in Le guerre dell’acqua, ho citato un agricoltore dell'Orissa che diceva: «Troppa acqua e troppa poca acqua causano disastri». Stiamo sperimentando estremi climatici che vanno dalle inondazioni alla siccità, entrambe in aumento. D'altra parte, le nostre pratiche basate sulla biodiversità a Navdanya non solo la rigenerano, ma rigenerano anche i sistemi idrici. �uando i terreni vengono concimati organicamente, come accennato in precedenza, la loro capacità di trattenere l'acqua aumenta, aumentandone così anche la resilienza climatica. Il suolo e l'acqua sono profondamente interconnessi. Dobbiamo passare da un modello estrattivista dell'economia a un modello circolare. Abbiamo bisogno di passare dalla separazione e dal riduzionismo meccanicistico a una comprensione organica degli ecosistemi e del pianeta. ² www.navdanyainternational.org/rewilding-food-rewilding-our-mind-rewilding-the-earth/

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16 From gratitude to Navdanya Vandana Shiva

17 What has always guided me is my love and respect for the Earth and for humanity. My gratitude for the life that the living Earth gives us is what guides me to defend nature and people’s rights. The human right to be alive flows from the Earth’s intrinsic rights, therefore, for me, defending the Earth is our duty as well as our right. The best way people can become engaged is in participating in the regeneration of the living Earth by growing a garden, or by growing food ecologically, without chemicals. When we care for the soil we become part of the Earth, we become aware that we are part of nature. We are made of the same five elements that also constitute the Earth: space, air, water, fire, earth. Humus, as in soil, is the root of the word human. We are soil. We are made of soil. And we can and have the duty to regenerate soil. We have to change course. We have to abandon the path of extractivism, of taking without giving, of putting profits above people. This is the path of consumerism, which is destroying the conditions of human life on Earth. It is a dead end; it ends in extinction. The path that leads to the possibility of a human future is shown by following the path that indigenous people have walked over millennia without destroying the Earth. It is walking in nature’s ways that have sustained life on Earth over thousands of years. At Navdanya we are deeply aware that the soil is living, and that caring for the living soil is the most important aspect of growing food. Food is the gift of living seed and living soil. Seed and plants make living soil, and living soil grows living seed. The land on which the Navdanya farm is located was a desertified piece of land, impoverished by a eucalyptus plantation. To regenerate the soil, we feed the soil microorganisms by adding organic matter. We grew biodiversity, and it invited a biodiversity of insects and pollinators, of earthworms and soil organisms, of medicinal plants and uncultivated, wild edibles. When we do not spray pesticides and herbicides like glyphosate, which kill insects and plants, biodiversity grows biodiversity. Biodiversity grows abundance, biodiversity grows life. Our research shows that one third of the food is produced by pollinators. The nutrition in our food comes from soil microorganisms. Seed care is taking care of open pollinated, renewable seed, growing seed diversity in a living seed bank so it can coevolve with changing climate. Navdanya’s seed bank is living, it’s a commons, where seeds coevolve with human care. The Navdanya seed bank on the Navdanya farm is one of the 150 community seed banks we have helped to set up since 1991. I started community seed banks to save the diversity of living seed, and to keep seeds in farmers’ hands. It was in 1987, at a meeting on new biotechnologies, that the chemical corporations first mentioned how they would have genetically engineered seeds to own them through patents. They said all seeds would have been corporate GMO patented seeds by 2000, and the trade related intellectual property rights agreement of GATT/WTO³ would have been used to make seed saving and exchange illegal. For me saving and sharing seeds is an ethical and ecological duty. So I made a commitment to save seeds with communities in community seed banks, and also to challenge the false claim that seeds are machines invented by Monsanto. A community seed bank is the reclaiming of the commons of life in a time of imperialism over life, beginning with monopoly over seeds. In terms of water, throughout history, water sources have been regarded as sacred. They are places worthy of reverence and awe because water is a gift of nature, and it gives the gift of life. It is essential for our survival. Not only does it constitute a significant portion of our own bodies, but through water soil is hydrated so plants can grow, giving rise to life. In turn, the organic matter from plants and other living beings return to the soil, making it more resilient to erosion and increasing water holding capacity. Water is a commons. It is the ecological basis for all life. Its sustainability and equitable allocation depend on cooperation among community members. However, there is a growing momentum towards the privatization of water resources. We see increasing intervention by the state in terms of water policy and the subversion of community control over water resources. Throughout history and across the world, water rights have been shaped both by the limits of ecosystems and by the needs of people. Water has traditionally been treated as a natural right. Water rights as natural rights do not originate with the state; they evolve out of the given ecological context of human existence. ³ General Agreement on Tariffs and Trade, later become World Trade Organization (Ed.’s Note).

18 As for soil, living soil is a complex food web teeming with life. One cubic meter can hold more than 5,000 earthworms, 50,000 insects and mites, and 12 million roundworms. One gram can contain 30,000 protozoa, 50,000 algae, 400,000 fungi and billions of bacteria. This life in the soil is what rejuvenates soil fertility and makes nutrients available to the plants that support our agriculture. Yet the agricultural industry adopted the myth that synthetic fertilizers can increase food production, independent of soil life, as they remove the ecological limits to food production. This myth is supported by the construct of yield – a measure of the weight of the commodity that leaves the farm. It is not a measure of the nutritional value of food produced from the land, nor does it take account of the condition of the land after harvest. The use of artificial fertilizers has resulted in the death of soil life, and therefore in the reduction of soil fertility. Meaning that nutrition per acre has decreased. The cycling of carbon and nitrogen through the soil has been disrupted. The hydrological cycle is negatively affected. Industrial agriculture is inherently water intensive. It uses ten times the water to produce the same amount of food as ecological agriculture. This is the primary reason why water is being mined, leading to water scarcity in large parts of the world. Chemicals and synthetic fertilizers also destroy the water holding capacity of previously living soil. All humans have the same rights to food and water, clean air and a safe and healthy environment. Human beings, as part of the Earth, have the natural rights to be alive, well and healthy. The right to life means the right to breathe and have clean air, the right to water and freedom from thirst, the right to food and freedom from hunger, the right to a home, to belonging, to land, to the sustenance and livelihoods that soil and land provide. Since we depend on nature for sustenance, destruction of nature translates into violation of human rights to food, water, life and livelihood. All ecological problems have common roots in the denial of the Earth as a living system, and in the violation of the limits of her ecological cycles and processes. The violation of the integrity of species and ecosystems, the breaking of ecological limits, planetary boundaries, cultural integrity and diversity are at the root of multiple ecological emergencies the Earth is facing, and of social and economic emergencies humanity is facing. Industrial agriculture is responsible for the destruction of soil, water and biodiversity of the planet. At this rate, if the share of fossil fuel-based industrial agriculture and industrial food in our diet is increased anymore, we will have a dead planet. Biodiversity, the diversity of species, their mutuality and interconnectedness create the web of life, maintain the living planet and the infrastructure of life. The emergencies humans face in terms of hunger and thirst, disease and pandemics are rooted in the ecological crises and in the crises of injustice, inequality, and inhumanity. The multiple crises and pandemics we face today – the health pandemic, the hunger pandemic, the poverty pandemic, the climate emergency, the extinction emergency, the emergency of injustice, exclusion and inequality, dispossession, and disposability of large numbers of humanity – are all rooted in a worldview based on the illusions of separation and superiority which deny the interconnectedness and oneness of all. The anthropocentric assumption that humans are separate from nature and superior to other species who have no rights is not just a violation of the rights of our fellow beings, but also a violation of our humanity and human rights. Scientists are now finding out that cooperation shapes evolution, not competition. From the molecules in a cell, to organisms, ecosystems and the planet as a whole, cooperation and mutuality are the organizing principles of life. Indigenous cultures have always organized themselves as members of the Earth community working in cooperation to maintain the infrastructure and well-being of life. As for technology, in a mechanistic paradigm, chemical, mechanical and genetic technologies become the measure of the sophistication of a health system. But technologies are tools. Tools must be assessed on ethical, social and ecological criteria. Tools and technologies have never been viewed as self-referential in Indian civilization. Instead, they have been assessed in the context of contributing to the well-being of all. Food systems need to regenerate biodiversity4 in order to provide more food for more species and more people so no one is hungry, no one is malnourished, and no one is sick with chronic diseases. We need to rewild our minds, our food, and our food systems. Rewilding also means regenerating biodiversity on our farms and forests, and rewilding our gut microbiome, our bodies, and our minds. Rewilding food also includes undoing the historic injustices perpetrated against indigenous people and tribals. It includes bringing people and food back into the forests, and trees and animals back on farms. 4 www.navdanyainternational.org/rewilding-food-rewilding-our-mind-rewilding-the-earth/

19 Rewilding includes rediscovering and regenerating forest foods and wild edibles, as well as creating food forests. It includes taking animals out of factories and putting them back on the land. Letting them be free-range, and integrating them back in an agroecological farming system, to nourish the plants that feed them. Given the planetary emergency, and the social and economic emergency of unemployment, farmers’ debt and suicides, we now need to protect the Earth, to defend the rights and livelihoods of our small peasants, our tribals, our artisans, in order to create meaningful, creative, dignified self-organized work in living economies that regenerate the Earth and people’s livelihoods, people’s hope in the future. The shift from fossil-fuel driven corporate globalization to localization of our economies has become an ecological and social imperative. Economic localization implies that whatever can be produced locally, with local resources, should be protected, to build a vibrant local economy so that both livelihoods and the environment are protected. Twenty years after I wrote Water Wars, every crisis I wrote about has intensified in the industrial world. Privatization of water has increased, but we have also had victories against water privateers like Coca Cola. In a small village in Kerala called Plachimade, women were able to shut down a Coca Cola plant. The movement of protecting water as a commons has grown worldwide. Industrial agriculture is water intensive and has dried up lakes and aquifers. In the chapter on climate change in Water Wars, I quoted a farmer from Orissa saying: «Too much water and too little water create disasters». Climate extremes are experienced as floods and droughts, and both have been increasing. On the other hand, our biodiversity-based practices at Navdanya do not just regenerate biodiversity, they also regenerate water systems. When soils are fertilized organically, as previously mentioned, their water holding capacity increases, thus increasing climate resilience. Soil and water are deeply interconnected. We need to shift from an extractivist model of economy to a circular model. We need to shift from separation and mechanistic reductionism to an organic understanding of ecosystems and the planet.

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22 Dittico idraulico e altre storie. Conversazioni con Frank Westerman Leonardo Merlini

23 La finestra dell’albergo si affaccia sulla Laguna. La prima cosa che sento, quando la apro, è il suono di sottofondo che definisce in un certo senso l’essenza di Venezia: il movimento delle onde, le oscillazioni dei pontoni, l’increspatura delle imbarcazioni, qualche sirena di avviso. Il cielo è grigio, l’acqua densa come una coperta che vuole nascondere dei segreti, qualcuno trascina un trolley sulla Riva degli Schiavoni, nascosto da un ombrello giallo chiaro. Piove. Sono le 8:33 del 22 novembre 2022, tra poco più di un’ora è prevista la marea a 160 cm; una marea eccezionale, pericolosa, potenzialmente devastante. Mia figlia dorme ancora nella stanza accanto. La coperta della Laguna ora mi appare minacciosa, seppure sempre bellissima. Il bollettino del Comune di Venezia mi informa che tutte le schiere del MOSE sono state attivate. Il 1° novembre 2021, quando la previsione di acqua alta arrivava “solo” a 130 cm, la barriera costruita in lunghi anni a suon di miliardi e anche di scandali aveva davvero contenuto l’acqua e, come ha scritto il reporter e scrittore olandese Frank Westerman, «Mosè aveva diviso in due il Mar Adriatico». Il MOSE funzionava, almeno per le grosse maree, e ha funzionato anche oggi. Riavvolgiamo il nastro. �uesta, in fondo, è la fine del racconto. Una fine che, nonostante il vento e la pioggia sferzante, è stata lieta: Venezia ha superato la crisi senza gravi conseguenze, l’Acqua Granda è rimasta, per dirla con lo scrittore Ben Lerner, una tempesta mai accaduta grazie al MOSE. Ma Westerman – uno che ha fatto del giornalismo una forma di letteratura di alto livello e che, sull’isola di San Servolo, ha conosciuto direttamente la fragile realtà lagunare della città – ha raccontato di quando le tempeste sono arrivate davvero, nel 2019 a Venezia e, con tutto l’orrore di una tragedia annunciata, sul Vajont nell’ottobre del 1963. Lo ha fatto in un piccolo libro, Dittico idraulico (2022), uscito per la casa editrice veneziana Wetlands; e lo ha fatto con il suo stile di reporter, di indagatore in prima persona di quella cosa misteriosa che chiamiamo realtà. Prima di continuare a scrivere aspiro l’odore di questo momento, che è salmastro e umido. Penso che sia l’odore giusto per provare ad andare avanti, l’odore giusto per lasciare che le parole a poco a poco mi sommergano come la Laguna che cresce, e cresce, e cresce. Dentro di me la sua immagine sentimentale diventa enorme, imprescindibile. Venezia è la città. Venezia è l’acqua. E questa storia parla di acque. Intermezzo #01: le grandi opere idrauliche hanno segnato la storia dell’umanità e della sua civilizzazione. Gli acquedotti romani ancora oggi stanno come un monito davanti ai miei occhi di viaggiatore, un monito che suona anche sinistro se penso al tema – anzi, all’iperoggetto, per dirla con il filosofo Timothy Morton – del cambiamento climatico. Il porto di Cartagine in confronto a quello di Rotterdam, e la sua architettura ipercontemporanea; le dighe sul Nilo e le imbarcazioni degli antichi egizi; quei fari che stavano letteralmente alla fine del mondo, come se fossero nella testa di Edgar Allan Poe, presenti come bastioni delle nostre memorie involontarie. «I fatti sono inorganici, non sono vivi, sono materia morta. Le storie invece sono vive», mi ha detto un giorno a Ferrara Westerman. «Bisogna sussurrare, soffiare la vita dentro i fatti», e poi, alzando la voce, quasi con urgenza: «Le storie si moltiplicano, mutano, evolvono. E non parlo dei romanzi, ma dei reportage, dei saggi. Non invento nulla, ma come scrittore cerco di dare vita ai fatti». E i fatti in questo caso sono intrecciati, uniti dal racconto di alcuni testimoni, dal tornare sui luoghi, dal provare a ricostruire le diverse forme di mitologia – storica, politica, interpretativa e anche giudiziaria – che si accompagnano inevitabilmente alla ricomposizione di un fatto catastrofico come il crollo della diga che spazzò via Longarone, ma anche delle periodiche inondazioni veneziane, quell’inesausto ritornare del Mare che a poco a poco sommerge la città e, con essa, il nostro immaginario collettivo su uno dei luoghi più celebri al mondo, conosciuto da milioni e milioni di persone. Anche se poi quante di queste hanno davvero camminato sulle passerelle di legno in piazza San Marco, nelle sere di acqua alta? �uante hanno visto davvero allagarsi le case o scomparire le porte? �uante hanno sentito il silenzio, un attimo prima del disastro? «Il punto zero dell’acqua alta e bassa a Venezia – scrive Westerman nella sua storia di due storie, tra la Laguna e il Vajont – è il livello medio del mare, misurato nel 1897. Sulla Punta della Salute, allo sbocco del Canal Grande, questo zero mareografico è indicato con una riga orizzontale, intorno alla quale è stata costruita una stazione di rilevamento che fa pensare a una latrina. All’interno gira lentamente un rullo cilindrico verticale, ricoperto di carta a quadretti. Una penna meccanica, collegata a un galleggiante nell’acqua, disegna le onde di bassa e alta marea al ritmo della posizione del sole e della luna». Non succede molto in questo passaggio, ma è bello sentire la voce dell’ingegnere (qualcuno dice agrario, altri, forse suggestionati, dicono addirittura idraulico) che Westerman è stato prima di diventare, come recita il risvolto del libro, «uno dei più importanti scrittori olandesi contemporanei».

24 Una voce che ha un approccio analitico, ma anche la postura del narratore, dell’osservatore. Mi piace pensare, per giocare all’identificazione, anche del cronista. Mi sono fermato spesso su quella Punta negli ultimi anni, da cronista dell’arte (e dei sentimenti), perché da lì si ha la sensazione di abbracciare tutta la città, comprese le sue acque, che invece è un’operazione più difficile da altri luoghi a livello del mare. Dalle altanelle o dai campanili è più facile, certo, ma Venezia è le sue fondamenta incurabili, è la prospettiva di chi cammina e guarda il Canale dal punto zero (come capita in alcune Città invisibili di Italo Calvino). Le alghe che si muovono, rossastre, come i capelli di una donna enorme che vive misteriosa sotto la città, e forse la sostiene. È possibile che sia la sua furia a scatenare quei momenti di tempesta, favoreggiando l’idea della scomparsa. La morte per acqua, come diceva T.S. Eliot ne La terra desolata. Il Phlebas del poema era un fenicio – civiltà pioniera, assieme a quella romana, in grandi opere di ingegneria idraulica – ma avrebbe potuto benissimo essere veneziano. E Westerman probabilmente lo sarebbe andato a cercare sott’acqua per avere la prova non che il personaggio fosse realmente esistito, ma che noi tutti siamo (stati) vivi davvero, almeno per qualche momento, fuori dalla letteratura. Vivi a Venezia, questa città impossibile che non abbiamo mai voluto (o potuto, chissà) capire. Westerman scrive, rielabora, si muove nell’elemento fluido con la permeabilità della sua prosa e delle sue storie. �uella del 4 novembre del 1966, quando l’idrografo segnò la misura record di 194 centimetri sopra il punto zero. �uasi due metri in più: uno scenario da film sull’apocalisse climatica, più o meno. «Un forte vento di scirocco, in combutta con svariati corpi celesti, sollevò il mare Adriatico fino all’ascensore del Campanile. Di colpo, con il Campanile in acqua fino alle caviglie, ogni splendore sembrò effimero. Sulle banchine allagate, i palazzi sembravano sul punto di essere portati via dall’acqua come scatoloni. La sopravvivenza di Venezia e del suo carico di tradizioni sembrava ancora una volta solo una questione di tempo. Le banchine erano disseminate di gondole sventrate, le coste nude, come carcasse spiaggiate di creature marine». Intermezzo #02: primavera 2017, Palazzo Grassi. Dalle grandi finestre del secondo piano entra tutta la meraviglia della luce veneziana in un giorno terso. La scultura blu di Damien Hirst occupa tutta la sala: Andromeda e i mostri marini. Uno squalo e un serpente acquatico gigante a fauci spalancate stanno per avventarsi sulla giovane donna incatenata alle rocce. Lei gira il capo e urla, fortissimo, per sempre. Un attimo prima che la tragedia si consumi, il famoso momento di silenzio (è pur sempre solo una scultura) prima dello schianto. Andromeda ha il volto di Tilda Swinton. Mi sembra l’immagine perfetta per dare una dimensione concreta alle parole di Westerman. Le creature del mare che assediano e stanno per sbranare la città che non ci poteva essere. E per sempre si resta sulla soglia della tragedia, annunciata, apparecchiata, mai consumata, forse. (Una sera, nel 2022, mentre vagavo per San Marco, perso nei giorni della preview della Biennale Arte, Tilda Swinton è uscita realmente da un portone, davanti a me. Per un attimo abbiamo incrociato gli sguardi, poi abbiamo preso direzioni diverse). Marinetti che proclama il suo odio per Venezia città bordello decadente, il Campanile di San Marco che improvvisamente crolla nel 1902, il Ponte della Libertà come il dito medio di Mussolini. Succede tutto in poche pagine che sembrano sempre sul punto di essere travolte dalla marea, o dalla massa d’acqua del Vajont. Ma, per questa volta, voglio lasciare che la sagoma più netta in questo racconto sia quella di Venezia, meno tragica, più inafferrabile. «Dobbiamo convivere con eventi traumatici come un’ecatombe in una vallata remota – mi ha detto ancora Westerman – quindi creiamo storie». Storie che sconfiggono la morte. Storie che hanno la tenacia della risacca o dei capanni di legno al Lido, così provvisori da sembrare destinati inevitabilmente all’eternità. Un po’ come l’urlo di Andromeda-Tilda in quella mostra dell’ex ragazzo arrabbiato dell’arte contemporanea britannica, così assurda e meravigliosa e roboante e grottesca. Fateci caso, i quattro aggettivi stanno benissimo anche per descrivere un’altra cosa: la vita. Poscritto: un lago in Africa, dopo il diluvio. Ci sono altre acque nella bibliografia di Frank Westerman, non solo quella veneziana, verdastra e così carica di Thomas Mann. C’è anche il lago Nyos, in Camerun, intorno al quale nel 1986, la notte tra il 21 e il 22 agosto, improvvisamente e senza alcun segno di distruzione muoiono oltre duemila persone e moltissimi animali. I sopravvissuti hanno pustole e soffrono di asfissia. I testimoni parlano di un’esplosione e delle acque del lago che, da limpide, erano improvvisamente diventate rosse. Westerman è andato anche lì, intorno a quelle acque da fantascienza, a raccontare qualcosa di impossibile in prima persona. Il lago della non-conoscenza, in un certo senso; un luogo dove per

25 cercare la possibilità di una verità bisognava nuotare verso il fondo sempre più oscuro, mentre in senso inverso emergevano le narrazioni religiose, scientifiche, antropologiche, ognuna a suo modo semplificatoria, ognuna a suo modo tanto vera quanto falsa. Goffredo Fofi ha definito quel libro – L’enigma del lago rosso – «un viaggio nella confusione del mondo e nella babele delle tante risposte che vengono cercate e che vengono date». Tutte travolte, alla fine, dalle acque del Nyos, che ha serbato il suo mistero chiuso in sé, come cantano nella Turandot. Si è inabissato Achab con Moby Dick, si inabissano anche tante altre storie umane, la scrittura prova a salvare almeno la loro narrazione. Ma Frank Westerman – e qui chiudo giocandomi la carta di un piccolo colpo di scena – è anche l’autore di un altro memorabile reportage geo-storico-politico dedicato a una montagna, l’ultima del genere umano, o forse la prima: quel monte Ararat (2010) che dà il titolo al libro e dove andò a fermarsi l’arca di Noè. Prima di noi, il Diluvio. (�uando sto per premere il tasto dell’ultimo punto di questo pezzo alzo un attimo lo sguardo. Sono seduto a gambe incrociate su una panchina di pietra alle Zattere, e adesso vedo la Giudecca e il Molino Stucky. Proprio in quel momento, all’improvviso, comincia a piovere. Immaginate il rumore).

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