Ossigeno #7

1 OSSIGENO Elements of life

Ossigeno è vita. E la definizione che diamo di vita è evoluzione, è crescere nel proprio tempo. Vita è progredire, e non limitarsi al solo andare. È abbracciare nuove considerazioni, studiarle e, nel caso, applicarle per arricchire la propria visione su ciò che ci circonda e con cui interagiamo. È scoprire e condividere. Ossigeno – Elements of life è vita perché la alimenta, condividendo linee di pensiero, presentando fatti che con la loro concretezza possono farsi viatico per un’iniziativa personale o globale. Il tutto con lo scopo di promuovere un ragionamento. Indipendentemente dalla destinazione finale, l’importante è ragionare e vedere dove va la propria mente, nutrendola, mettendola anche in dubbio. L’informazione è utile se è condivisa. Il lavoro, la cultura, l’economia e la finanza sono utili se hanno un fine condiviso con la comunità che li accoglie. Il numero 7 di Ossigeno - Elements of life è pienamente su questa rotta, dove le argomentazioni alla base della visione di Euro Company srl sb – di cui questo libro è il manifesto – trovano applicazione reale e rappresentazione coerente e condivisa. In queste pagine c’è un modello economico nuovo, c’è una natura espressiva che non teme l’invisibilità se necessaria, c’è l’esigenza di ecologia verbale e strutturale, e un giù la maschera al cervello. Oxygen means life. The definition we give to life is evolution, it is growing in one's own time. Life is progressing, and not just going. It is embracing new considerations, studying them and, if necessary, applying them in order to enrich the vision of what surrounds us and with which we interact. It is about discovering and sharing. Ossigeno - Elements of life means life because it feeds it by sharing currents of thought, presenting facts that through their concreteness can become viaticum for a personal or global initiative. All with the aim of promoting reasoning. No matter what the final destination, the main thing is to reason and see where our mind goes, feeding it, questioning it too. Information is useful when shared. Work, culture, economy and finance are useful when they share a purpose with the community hosting them. The issue 7 of Ossigeno - Elements of life moves along this line, where arguments underlying the vision of Euro Company srl sb – of which this book epitomises its manifesto – find a concrete application and a coherent and shared representation. Within these pages there is a new economic model, there is an expressive nature that does not fear invisibility if needed, there is an urge for verbal and structural ecology and a lower the mask to the brain. Mario Zani

il buono dentro. l’eccellenza nel lavoro carcerario: storie di cibo, storie di uomini a cura di sandro di domenico un dossier in quattro tappe che, oltre le sbarre, indaga il microcosmo dell’economia carceraria: dietro mura alte come quelle di un castello, ma col filo spinato, lavorato da mani invisibili, un focus sul buono dentro. - tavole still life a cura di mustafa sabbagh - in appendice: le ricette di O7 ispirate ai prodotti del circuito dell’economia carceraria vizi e virtù di una favorita: l’albicocca a cura di stefano santangelo l’albicocca e quel suo mostrarsi al sapore di supponenza, altezzosa sin dall’infanzia: il controverso destino della favorita. - tavole illustrative a cura di carlo pastore il pinolo ai tempi della caduta degli dei a cura di stefano santangelo un frutto e la solidità di un’icona: pigna con il pedigree di una natura superiore. Ora il futuro del mito non può accontentarsi di 16 mg di calcio. - tavole illustrative a cura di carlo pastore del pulque, della violenza, del riscatto degli ultimi a cura di federico spadoni la fermentazione sa andare oltre le note acidule, e qui sfocia nella violenza: violenza del suono, del messaggio, dell’esigenza. diario di un’invisibile (in caso di necessità, rompere la vetrina mediatica) a cura di fabiola triolo farsi trasparenti come il più estremo gesto di ribellione che si possa pensare. Sparire, lasciare spazio al vuoto, per alzare il volume dello scontro – come l’arte contemporanea insegna. la filosofia è sempre stata queer. intervista a leonardo caffo a cura di leonardo merlini la vita che si realizza nel ragionamento sulle altre specie e sull’ibridazione. Intervista a Leonardo Caffo, pensieri eccentrici e diagonali, e un esame di coscienza: il virus siamo noi. cervello cannibale a cura di federico tosi le coincidenze: scopri il fuoco, cuoci la carne, diminuisce l’intestino e aumenta il cervello. L’evoluzionismo dice che pensiamo solo dopo aver digerito. senza avanzi non si avanza. per un’ecologia del discorso sulla sostenibilità in architettura a cura di giovanni corbellini ecologia per non limitare la sostenibilità alla sola facciata. Le soluzioni dell’architettura possono andare oltre i materiali, per soddisfare esigenze realmente sostenibili. le parole per ossigenare la mente a cura di paolo borzacchiello la chimica delle parole e perché è meglio dire sei libero adesso? piuttosto che disturbo?. L’intelligenza linguistica e i suoi effetti su cervello ed emozioni. la cura post-pandemica è a forma di ciambella. il modello economico e bioetico di kate raworth a cura di federico tosi si cambia dando un nuovo senso alle cose. La Doughnut Economy di Kate Raworth convince Amsterdam, che affronta il Covid curando anche il pianeta. 8 38 46 54 66 108 120 128 144 152

the good inside. the excellence in prison work: stories of food, stories of men curated by sandro di domenico a four-step dossier that, beyond the bars, investigates the microcosm of prison economy: behind walls as high as those of a castle, but with barbed wire, processed by invisible hands, a focus about the good inside. - still life panels curated by mustafa sabbagh - in the appendix: the O7 recipes inspired by the products of the prison economy circuit vices and virtues of a favorite: the apricot curated by stefano santangelo the apricot and its self-showing flavored with hubris, haughty since childhood: the controversial fate of the favorite. - illustration panels curated by carlo pastore the pine nut at the time of the fall of the gods curated by stefano santangelo a fruit and the strength of an icon: pine cone was pedigreed as superior, but now the future of the myth cannot be satisfied only with 16 mg of calcium. - illustration panels curated by carlo pastore on pulque, violence and redemption of the lasts curated by federico spadoni fermentation knows how to go beyond acid notes, and here it leads to violence: violence of sound, of message, of an urge. diary of an invisible (if necessary, break the media showcase) curated by fabiola triolo becoming transparent as the most extreme act of rebellion that you can think of. To disappear, to leave room for emptiness, in order to increase the volume of the clash – as contemporary art teaches. philosophy has always been queer. an interview with leonardo caffo curated by leonardo merlini life takes place in reasoning about other species and hybridization. An interview with Leonardo Caffo, eccentric and diagonal thoughts, and an irrevocable self-examination: we are the virus. cannibal brain curated by federico tosi talking about coincidences: fire discovered, meat cooked, intestine decreased, brain increased. Evolutionism says that we think only once we have digested. the surplus value of surpluses. for an ecology of the debate about sustainability in architecture curated by giovanni corbellini ecology so as not to limit sustainability to the façade alone. Architectural solutions can go beyond materials, to meet truly sustainable needs. words mind-oxygenating curated by paolo borzacchiello the chemistry of the words and why it is better to say are you free now? rather than do I bother you?. Linguistic intelligence and its effects on brain and emotions. the post-pandemic care is doughnut-shaped. the economic and bioethical model by kate raworth curated by federico tosi we can change by giving a new meaning to things. Kate Raworth's Doughnut Economy convinces Amsterdam, that deals with the Covid healing the planet. 24 42 50 60 88 114 124 140 148 156

8 il buono dentro. l’eccellenza nel lavoro carcerario: storie di cibo, storie di uomini a cura di sandro di domenico

9 Dietro mura alte come quelle di un castello, ma col filo spinato. Superando una sfilza all’apparenza sempre uguale di pesanti porte blindate operate da un secondino. Tra le braccia – meglio, i bracci – tutt’altro che accoglienti della legge. Lavorato dalle mani di donne e uomini invisibili al mondo che scorre, privati di giorni, mesi o anni, della libertà, non immaginate il buono che c’è dentro. Confesso: io stesso non l’avrei neppure sospettato, se non avessi accettato l’invito di Ossigeno a entrare per la prima volta in vita mia in carcere, scoprendo in primis che riuscire a visitarne uno è tutt’altro che facile. Napoli - La prima domanda me la fa Imma a bruciapelo: «Tu hai precedenti?». E io mi sento imbarazzato come una signora a cui domandano in pubblico l’età. «Sai, non è così scontato» riprende lei. «A volte, anche persone che ci dicono di no magari hanno un fermo di polizia, un piccolo precedente, e farli entrare con noi diventa difficile». Imma Carpiniello, 45enne napoletana laureata in Scienze Politiche, è stata per due anni presidente di Freedhome, una rete di cooperative sociali italiane impegnate in progetti di rieducazione nati all’interno degli istituti di pena, con l’obiettivo di creare vero lavoro e prodotti artigianali di altissima qualità, capaci in alcuni casi di vincere premi internazionali di eccellenza. Dai taralli pugliesi preparati da Campo dei Miracoli all’interno della Casa Circondariale di Trani, al pane infornato da Brutti e Buoni nel Carcere di Brissogne ad Aosta; dalle preparazioni dolciarie siciliane di Dolci Evasioni, nella Casa Circondariale di Siracusa, a quelle a base di mandorle, pistacchi e nocciole di Sprigioniamo Sapori, nel Carcere di Ragusa; dai prodotti da forno di alta qualità di Cotti in Fragranza, all’interno del Carcere Minorile Malaspina a Palermo, fino al caffè napoletano delle Lazzarelle di Pozzuoli, che Imma coordina tuttora. «Lavorare in carcere non è facile, le difficoltà sono tante, per questo – dice – era stata creata la rete Freedhome, che diventava un punto di distribuzione, ma anche un modo per presentarsi al Ministero di Giustizia come una entità sola, partendo dalle problematiche comuni. Freedhome era nata per rappresentare e aggregare 13 esperienze comuni di carceri femminili e maschili, dal circondariale all’alta sicurezza. C’era addirittura una coop che lavorava con detenuti all’interno della scuola della polizia penitenziaria». Era, al tempo imperfetto, perché, come chiarisce Imma da sotto i suoi riccioli neri: «Sentiamo tutti il bisogno di qualcosa che ci rappresenti, ma è complicato». E le cooperative sociali, piccole e tenaci come lei, hanno resistito fino all’esaurimento dell’esperienza di Freedhome, avvenuta lo scorso anno. Ora sono al lavoro per rilanciare. Imma, ad esempio, dal progetto di torrefazione del caffè Lazzarelle di Pozzuoli, è pronta a far nascere un bistrot nel centro di Napoli, all’interno della Galleria Principe, a due passi dall’Accademia di Belle Arti. E anche se manca, come sostiene Imma, «un contenitore di esperienze capace di decidere una linea d’azione insieme», da ultimo presidente di questa rete ufficialmente disciolta, non smette di aiutare chiunque glielo chieda. Il suo impegno ventennale è nato partecipando nelle carceri femminili alle attività dell’Osservatorio di Antigone¹, l’associazione che dal 1998 si occupa dei diritti e delle garanzie del sistema penale nel nostro Paese. «�uando entri in un carcere – mi racconta – ti viene da fare sempre una domanda alle detenute: “Che cosa ti manca?” E ti dicono i figli, gli affetti, certo, ma poi aggiungono: il lavoro. E tu ti chiedi perché. �uesto ha fatto nascere dentro di me una serie di domande su cosa significasse il lavoro per loro, e quanto sarebbe stato importante portare una cooperativa nel carcere. Perché normalmente, finché non l’abbiamo creata, si ragionava sempre del lavoro all’esterno del carcere, e mai del lavoro all’interno». «E il lavoro serviva, serviva per svariati motivi. Sicuramente perché alle detenute servivano soldi. Perché oggi ti servono soldi per stare in carcere. Per una serie di cose che l’amministrazione nazionale carceraria non ti dà. Banalmente, gli assorbenti. Noi siamo donne, ogni mese dobbiamo acquistarli». E il carcere non li fornisce? «No». E se non hai i soldi? «Se non hai all’esterno una famiglia che ti sostiene, lavori per le detenute all’interno, creando una gerarchia. �uindi: cucino, ti faccio il letto, ti lavo i panni, in cambio tu mi dai un assorbente, una sigaretta, e via discorrendo». Su questo baratto si basa l’economia carceraria? «L’economia carceraria informale. Perché anche per stare in carcere c’è un costo di mantenimento» mi chiarisce Imma. «Tu, per stare in carcere, devi pagare, oltre al costo della vita, anche dei soldi allo Stato. Devi pagare il posto letto, l’acqua, la luce e il vitto». La rivoluzione copernicana delle mie conoscenze inizia a farmi girare la testa, mi chiedo: ma come? Allora non è vero, come tutti pensiamo, che il carcere ti solleva dai pensieri, e ti danno vitto e alloggio pagato dallo Stato? «No» risponde decisa Imma. «Devi pagare tutto. E se non paghi, lasci il carcere con un debito che mediamente è di 60 euro al mese. Moltiplicato per i mesi della pena. Oltre a una cartella di Equitalia esecutiva non appena metti piede fuori. Esci con un doppio handicap: dello stigma del carcerato e di quello del debito». �uindi, se il detenuto ha una proprietà… «Sì, diventa un pignoramento, oppure se hai un lavoro, una parte della busta paga viene trattenuta a monte, come per le nostre detenute». Sono fortunate, quindi… «Sì, hai il tempo di respirare, almeno». E quante detenute sono oggi rinchiuse a Pozzuoli? «È un numero che oscilla. Il carcere di Pozzuoli ha una capacità di 98 persone e una tolleranza di 130; attualmente, ce ne sono 190». Roma - Soltanto grazie all’esperienza ultradecennale di Imma, dopo neppure un mese, riuscirò a entrare a Pozzuoli; ma non prima di aver fatto tappa a Roma, per essere certo che all’impresa altamente etica di trovare un posto legale nella società a chi è stato in carcere, corrisponda una altrettanto alta qualità. Al pub Vale la Pena, aperto nella Capitale, ne ho la prima prova. Arrivo a tarda sera, in via Eurialo, alle spalle della fermata della metro Furio Camillo; mi accoglie Stephanie, bella trentenne che si occupa della sala assieme al suo fidanzato Massimo. La birra che scelgo, la Pils di Vale la Pena, è una classica bionda che rinfresca il palato, ma c’è una buona varietà di birre artigianali commerciali e un’altra prodotta in carcere, nell’Istituto di Pena di Saluzzo (CN): Pausa Caffè. La Pils che ho ordinato me la serve Oscar La Rosa, anima della rinascita di questo locale chiuso per alcuni mesi, e che lui ha deciso di riaprire, portandoci non solo la birra che gli dà il nome, ma anche tutti i prodotti migliori ¹ www.antigone.it

10 dell’economia carceraria. Oscar ha 32 anni, è alto e robusto, capelli rossi lunghi e occhialoni, e mi spiega che non si occupa soltanto del pub. Dirige da due anni un vero e proprio Festival dell’Economia Carceraria e un sito internet². Oscar conosce a menadito tutte le cooperative e imprese presenti, passate e persino future che, dal carcere, portano sul mercato alimentare prodotti di eccellenza. Biscotti, creme di pistacchi e mandorle, dolci, caffè, birre, pasta. Mi mostra, in un angolo del locale, gli scaffali con tutti i prodotti che vende e rielabora nell’offerta del pub, e noto che all’interno dell’angolo espositivo due ripiani sono occupati da una piccola biblioteca arricchita nel tempo con volumi scritti in carcere, al cui centro spicca la sua tesi, discussa alla LUISS, dal titolo La rieducazione del detenuto attraverso il lavoro in carcere, di fianco a uno dei due libri sulla detenzione scritti da Totò Cuffaro. Al di là del tema serio, Oscar è un ragazzone gioviale che mi spiega il suo lavoro. «Io sono un neofita. Ho cominciato facendo prima il volontario nei laboratori fuori Rebibbia, dentro una scuola agraria, del birrificio Vale la Pena». �uindi c’erano ragazzi e carcerati insieme? «Sì, tanto che in questo confronto si faceva scuola, e il progetto era stato persino premiato a Bruxelles». Ma la materia prima, il luppolo? «Malto, luppoli e lieviti venivano comprati sul mercato libero da Mister Malt. Noi compravamo, mischiavamo tutto, si bolliva, si metteva in fermentazione… per una serie di passaggi che durano quasi un mese e mezzo». E il know-how, chi ce lo metteva? «Abbiamo avuto la fortuna che tutti i grandi birrai italiani sono venuti a trovarci, appassionati da questo progetto, e ci hanno scritto delle ricette. �uindi, le prime ricette che abbiamo avuto sono state le loro. Dopodiché abbiamo avuto un tecnico birraio, poi un ragazzo che aveva studiato e aveva avuto un piccolo incidente penale, e infine un ragazzetto di 20 anni che aveva già fatto un tirocinio, con cui abbiamo creato una società per fare la bira Vale la Pena». «Oscar, tu “birra” con due R proprio no?» gli chiedo, ridendo. «No, al massimo devo cambia’ nome e dire una cerveza» mi risponde, liberando in pieno l’accento romanesco. Tornando alla birra Vale la Pena, prodotta in carcere, Oscar precisa: «A maggio 2019 hanno chiuso il birrificio. Cioè: la scuola dove era ospitato, finito il contratto di comodato d’uso, ha deciso di non rinnovarlo». �uindi dove si produce la birra Vale la Pena, oggi? «Ci siamo appoggiati a Pomezia, ci stiamo appoggiando a Giugliano di Napoli, ma la verità è che al momento siamo in un limbo in cui non impieghiamo detenuti, anche se vorremmo rifarlo già da domani. Lavoriamo per portare il birrificio in due carceri, ma ovviamente sono cose che non si fanno in pochi giorni, perché ci vogliono richieste di autorizzazioni che possono restare su qualche scrivania mesi, se non anni». E nel frattempo c’è il pub… «Ecco, sì. Il pub risponde a un’altra concezione. È stato aperto a ottobre 2018 da una società, e uno dei suoi soci era Paolo Strano, presidente della onlus che ha dato il la al progetto Vale la Pena. L’idea di Paolo era stata quella di aumentare i posti di lavoro, oltre alle due unità impiegate nel birrificio, inaugurando il pub». Però poi il pub chiude. «Sì, i soci di Paolo tirano giù la serranda a giugno 2019 finché non arrivo io, che avevo fatto il volontario al birrificio, e dopo la tesi sull’importanza del lavoro per i detenuti decido di affiancarlo, prima come direttore commerciale di Vale la Pena, e poi con l’idea di mettere insieme tutte le cooperative che producono in carcere e fare un festival: il Festival nazionale dell’Economia Carceraria». E come viene accolto un evento del genere? «Un successo. Di giornali, televisioni e pubblico. Per cui, Paolo e io abbiamo deciso di creare una società di distribuzione di prodotti di economia carceraria, e ovviamente aprire il locale dove li riuniamo tutti, anche perché se vendo anche solo un pacco di pasta in più, io so che a tutte queste cooperative sto dando una mano». E il menu è interamente basato su questi prodotti… «Sì. La differenza è che mentre prima il locale era principalmente commerciale, insieme alla birra Vale la Pena, ora il locale rimane commerciale, ma si basa principalmente sui prodotti dell’economia carceraria, e non solo sulla nostra birra. Il mio lavoro è semplice: io compro il tuo prodotto, dimmi il prezzo di listino, così ci faccio il mio ricarico e lo vendo. Stop». E alla fine li riunisci tutti. «Sì, anche perché se creiamo un piccolo corner nel locale, o nella bottega solidale, persino nel supermercato, non andiamo più in concorrenza col mercato libero, dove ti perderesti nei trucchi del marketing e nei colori del packaging dei grandi gruppi, ma riusciamo a offrire un prodotto alto per motivi etici, ma anche di eccellenza, che altrimenti venderebbe poco e niente tra i prodotti di un locale o di un supermercato normale». �uindi, così facendo, lavori su diversi canali paralleli? «Sì. Pub, eventi, distribuzione nei negozi, commercio online legato a un negozio che stiamo per aprire nel quartiere San Lorenzo. E sono spesso da solo. �uindi, se mi vuoi dare una mano…». Scoppio in una risata e poi vedo che non è solo, c’è anche chi lavora al pub. «Sì, qui abbiamo scelto di impiegare due detenuti e poi tenerli perché bravi. Non volevamo creare l’effetto-zoo, dove la gente potesse pensare di venire a vedere dei detenuti che lavorano, come se fosse uno spettacolo». E a quanti avete dato lavoro finora? «Con la birra Vale la Pena, ma anche col festival, siamo riusciti a impiegare circa 18 persone. È difficile per loro, dal momento che vengono dal carcere e il datore di lavoro deve versare direttamente lì lo stipendio, ragion per cui tutti sanno chi sono, da dove vengono, e c’è un pregiudizio. Noi ne abbiamo impiegati così tanti, anche grazie agli eventi, perché diamo loro la prima opportunità e alla fine, distinguendosi all’interno di circuiti specializzati, vengono contattati e impiegati subito, perché sono bravi. Infatti uno è diventato birraio, per dire. Insomma, non si presentano più da soli nel mondo del lavoro. Inoltre, negli eventi noi invitiamo anche detenuti scrittori, animali da palco, con un carisma. E farsi conoscere così è tutta un’altra storia». E tu, quanto spesso vai in carcere? «Beh, ora c’è un progetto, ma un po’ di angoscia mi viene sempre». Eh, ma forse ti dimentichi che nel tuo pub ci sono sbarre, grate… «Sì, è vero, ma entrare in carcere ti dà sempre angoscia. Apri una porta e te la chiudono alle spalle. E questo è anche il problema di chi esce. Un ragazzo impiegato qui mi ha raccontato che, appena uscito, ha chiesto di andare al centro commerciale. “Non l’avessi mai fatto” mi ha detto. “Rumori, urla, voci”. Pensa cosa deve essere per chi sta chiuso anni in una cella. O ancora, Facebook. Lo stesso ragazzo è uscito da un anno, e mi racconta che la sua ragazza lo rimprovera: “Perché ² www.economiacarceraria.it

11 non mi metti like alle foto su Facebook?”. E lui non riesce a capire qual è il problema. Allora io gli ho detto: guarda, se tu non metti il like, lei pensa che non lo fai per non farti sgamare da qualche altra ragazza. E lui mi dice: “Ma io la chiamo, le dico Vedi che mi piaci!”». Un’ultima domanda, Oscar: ma tu riesci a restare sul mercato? �uanto guadagni? «Beh, è facile. Ho vinto un concorso. E ho uno stipendio. L’estate scorsa sono diventato un navigator e ho pensato “Ok, ci provo!”». E il futuro come lo vedi? «Io lo vedo come un allenamento. Perché lo sviluppo di questo pub sarà un ristorante. E anche il negozio nascerà in uno spazio di proprietà di un altro imprenditore di economia carceraria, che produce germogli. Germogli coltivati nel Carcere di Viterbo che, consumati entro un certo tempo dalla germinazione, danno un apporto proteico in 100 grammi pari a quello di mezzo chilo di carne. E sono proteine più pregiate». Tra le grate e le sbarre della vecchia scenografia pensata dai precedenti proprietari, guardo i quadri fatti da un ragazzo, detenuto di Rebibbia, che ha sostituito al tratto delle pennellate la sua impronta digitale. «Dipinge senza l’aiuto di fotografie, soltanto con l’immaginazione» precisa Oscar, salutandomi. Banda Biscotti, Dolci Libertà, Dolci Evasioni, Sprigioniamo Sapori, Cotti in Fragranza, Vale la Pena, le etichette commercializzate da Economia Carceraria; e, nel menu del pub, Le galeotte, La soffiata, Focac-cella, Free-arielli, Provola a prendermi, Tagliere la corda, Fuorigregge, i nomi degli eccellenti piatti, sono voli pindarici e giochi di parole di cui potrebbe andar fiero Stefano Bartezzaghi. Se da un lato capisco che servono a dissacrare il tema della detenzione immaginando una fuga ideale dal carcere, dall’altro realizzo pure che siano un modo concreto per emanciparsene. Chi compra i grissini al cioccolato di Farina nel Sacco del Carcere di Torino, o spalma la crema di pistacchio di Sprigioniamo Sapori, o degusta i fondenti iubi – che in rumeno significa ‘amori’ – al peperoncino, o al sale marino, o all'arancia messi a punto da Cotti in Fragranza nel Carcere Minorile di Palermo, in fin dei conti sa di non stare comprando un marchio come un altro. Come chi sorseggia il caffè delle Lazzarelle – in napoletano, il corrispettivo femminile del termine scugnizzi. Pozzuoli - Alle 10 di un mattino soleggiato arrivo in moto, puntuale, all’appuntamento con il mio primo giorno in carcere. «Ciao, vado in galera! Io dico così a casa ogni mattina», mi racconta Paola, la collega di Imma, che mi riceve nella Casa Circondariale di Pozzuoli. Il panorama del golfo di Napoli, il porto, i gabbiani, con lo scorcio che da Capo Miseno fotografa Bagnoli è incantevole. Scatto una foto. L’ultima, perché da qui in avanti il mio telefono sarà chiuso in un armadietto con tutti i miei effetti personali – tranne una penna, che per l’umidità fa i capricci, e un taccuino. Il secondino, un ragazzo giovane, alto come un lampione, controlla che in un mazzo di fogli intestati ‘Ministero della Giustizia’ ci sia anche il mio permesso a entrare, mentre Paola mi aiuta con l’armadietto. «Ti hanno dato uno di quelli da questo lato, dove la chiave fa sempre i capricci». Li conosci tutti a memoria? «Eh beh, è da anni che lavoro qui». Paola è una piuma di ragazza, bionda e molto magra, ma per forza di volontà e convinzione svela ai miei occhi lo spessore di un Buddha. Mi spiega che la Casa Circondariale di Pozzuoli un tempo era un convento, e per questo ha una posizione invidiabile. All’interno, oltre le mura del perimetro, presenta alcuni spazi verdi, che in parte fungono da orticello. «È il più grande carcere, e unico femminile, della Campania. Il secondo d’Italia, dopo Rebibbia», mi racconta. Paola mi indica anche le grate dietro le quali ci sono le camerate delle detenute. «Al primo piano sono miste, al secondo quelle in attesa di giudizio, e al terzo le giudicate». Superando l’entrata, ci lasciamo le celle alla nostra destra, e quindi alle spalle, percorrendo fino in fondo un vialetto dove si fa largo uno spazio verde e un piccolo edificio che dà sul giardino, in cui sono al lavoro Claudia e Teresa. È la torrefazione della cooperativa premiata, per restare agli encomi più recenti, nel 2017 dalle imprese sociali Gesco, nel 2019 con il Vesuvio d’Oro e da pochi mesi con il titolo di Ambasciatrici dell’Economia Civile a Firenze. «E ci sosteniamo da sole, senza finanziamenti pubblici» sottolinea Paola. Intanto, dietro un bancone immacolato di alluminio, continua a manovrare una bilancia Teresa, vesuviana come me. È di Torre del Greco, e sta pesando il caffè macinato per i mattoni da 250 grammi che Claudia, casertana di Teano, pressa artigianalmente in uno stampo di legno e inserisce nella macchina del sottovuoto. �uello che più mi colpisce dal quadro d’insieme di questo stanzone è l’ordine, direi tipicamente femminile, con cui ogni angolo della torrefazione risponde al ciclo di lavorazione dei diversi prodotti firmati Lazzarelle. Prima di ogni illustrazione, come ospitalità napoletana insegna, c’è il sacro momento del caffè. «Facciamo una pausa, ragazze – annuncia Paola – così vi presento Sandro e poi, se vi va, potete parlare con lui e rispondere alle sue domande». In pochi, esperti movimenti Claudia prepara quattro tazzine di caffè miscela classica, 50% robusta e 50% arabica. Decido di procedere al mio primo assaggio senza aggiunta di zucchero. Paola lo nota subito: «Lo prendi amaro?». «Sto seguendo gli insegnamenti della mia prima maestra, Imma» ribatto. «Aaah, quindi sei già stato cazziato!» nota, ridendo. «Maledetto, testualmente». Anche Claudia, altissima, con capelli rossi lisci che spuntano dalla cuffietta obbligatoria in laboratorio, e Teresa, tipica bellezza mora, mediterranea, accennano un sorriso e firmano la liberatoria che mi permetterà di parlare con loro. Il caffè ha un gusto che nonostante l’assenza di zucchero vira al dolce, è ristretto in modo da riempire poco più della metà della tazzina in ceramica di Vietri, dipinta mirabilmente da un maestro ceramista, che la cooperativa fornisce a bar e clienti per grossi ordini. La crema dorata in superficie non si estingue al primo sorso, né si attacca alle pareti della tazzina, e mi regala una piccola grande gioia – oltre che una iniezione di energia che mi sarà quasi letale poco dopo. Claudia infatti, riposte le tazzine, comincia a spiegarmi tutte le fasi della lavorazione. «Nell’angolo, come vedi, abbiamo i sacchi con i chicchi di caffè, sia arabica che robusta, provenienti da Centro America, Sud America e Africa». Sopra ogni sacco sono scritte anche le proporzioni della ricetta, che ogni torrefazione custodisce segretamente. �uanto pesano, più o meno? «I sacchi pesano ognuno 60 chili» risponde Claudia, mostrandomi i bancali con altri quattro sacchi. Inebriato dalla miscela classica, chiedo a Paola:

12 «Posso prenderne uno?». «Prova, ma stai attento». Ipse dixit, nonostante inutili allenamenti settimanali in palestra e piscina, il sacco si piega al centro rispetto alla mia presa e riesco ad alzarlo dal bancale di 2 centimetri scarsi, prima di doverlo mollare per carezzarmi la schiena. Claudia, Paola e Teresa ridono della mia inutilità come manovale di torrefazione. «Ma voi come fate?» domando, colpito nell’orgoglio. «Noi li trasciniamo» risponde Paola. In effetti i sacchi aperti con i chicchi, che provo a mangiare e poi devo buttare – ma perché fanno tutti così quelli che vengono a trovarci?, si chiede Paola – sono poco distanti. Accanto si trova un macchinario che ho già visto in un caffè artigianale a Lisbona. «Ecco, questa è la macchina per la tostatura» continua Claudia. «Tostatura lenta» precisa Paola. «Non come quella di altre torrefazioni, noi non andiamo di fretta». La tostatura dura 20 minuti e, secondo le proporzioni segrete della ricetta delle Lazzarelle, sforna un macinato. Claudia continua: «Può essere di miscela classica, quindi 50/50 tra robusta e arabica; miscela per i bar, che ha un 80/20 di percentuale, oppure 100% arabica. E lì dietro vengono espulse le cosiddette buccette». Ora, se dovessi dirvi un unico segreto della produzione napoletana, sarebbe questo. È molto semplice, e difficilmente eguagliato. Acquistando chicchi sul mercato dei produttori equi e solidali di tutto il mondo – in particolare, da Shadilly per l’arabica 100% del Guatemala, pregiatissima – Lazzarelle scarta e mette da parte per il riciclo tutte le bucce, espulse in tostatura, dei chicchi di caffè. Le stesse che, commestibili, alcune torrefazioni confezionano come macinato e vendono senza troppi problemi. «�uesto, ovviamente, ti fa riempire una mattonella con meno caffè, ma noi non potremmo mai farlo» commenta Paola. Da qui in avanti, è la più timida Teresa a mostrarmi cosa succede col macinato. «Dopo che è stato tostato, il caffè viene spostato nei silos. Ora ti faccio vedere». Teresa prende un grosso contenitore e, con un rumore che sembra musica, sento i chicchi che prima vengono travasati dalla tostatura alla bacinella, e poi da qui aspirati in un silo a vista, in cui da quattro sportelli posso vedere come e quanto si riempiono i reparti. Tre sono dedicati alla miscela e uno all’arabica. Scritta a pennarello, davanti a ogni sportellino, c’è la data di tostatura. Protetti dal sole e dagli sbalzi di temperatura – il silo a quattro ante si trova in un altro angolo dello stanzone –, i chicchi tostati di caffè hanno bisogno di riposare almeno per dieci giorni. «�uando hanno finito il periodo di riposo – riprende Teresa – passiamo alla macchina della macinatura, se dobbiamo imbustarli». Il processo che, nella parte finale, avevo visto al mio ingresso in torrefazione. Ora, tutti abbiamo assistito, anche nei bar, alla macinatura del caffè, ma se dovessi descrivere a parole il profumo che emanava a Pozzuoli, in carcere, non potrei farlo, e dovrei ripiegare impropriamente su De André e ’a ricetta che a Cicirinella, compagno di cella, ci ha dato mammà. Risveglia in me il ricordo del profumo sprigionato, mai parola fu più appropriata, dal macinino che mia nonna aveva in una dispensa della sua cucina dalle ante in legno, ricoperte da un’orrenda plastica azzurra, una trentina di anni fa. «Posso avere un altro caffè?» chiedo a questo punto, sapendo per filo e per segno come viene confezionato. Claudia stavolta resta vicino alla macchina, e mentre Teresa e Paola escono a fumare una sigaretta, lei mi racconta la sua storia, che non è altro che la storia di una pessima compagnia e di un rapporto tossico, fino agli eccessi di una condanna e al carcere. Se l’avessi incontrata fuori di qui, non l’avrei mai immaginata in una cella. Le chiedo soltanto se l’ha dimenticato, il suo ex. «�uando sono finita qui, e mi ha lasciato sola, per me è morto. Poi mi ha scritto un anno dopo una lunga lettera, scusandosi. Io gli ho risposto soltanto per cortesia e per liberarmi dal peso di quello che dovevo dirgli». Ora Claudia lavora, nonostante una pena pecuniaria che si aggiunge alla pena detentiva e che la aspetta quando sarà finalmente libera. E studia, pure. Va all’Università di Farmacia, due volte la settimana. «Ho un permesso per i corsi e poi posso tornare alle 22, ma a dire la verità non ho tanto da fare. Esco, prendo il telefonino, vado al corso, e poi la sera che fa freddo torno pure prima dell’orario prestabilito». Ah, già, il telefonino. «�uindi ne hai uno…». «Sì, per prenderlo quando esco devo fare la domandina». Nel frattempo, ci hanno raggiunto di nuovo Paola e Teresa. Teresa mi racconta come a volte, in camerata, ci scherzano su: «“Devo andare a fare pipì” dice qualcuna, “Eh, e fai la domandina” rispondiamo. �uasi per ogni cosa in carcere devi fare la domandina». «È un modulo – mi spiega Paola – con le loro richieste, che poi viene vagliato dal comandante del carcere (della polizia penitenziaria, NdR) o dalla direttrice. Simbolicamente, la “domandina” è il carcere». Forse è per questo che quando, ringraziando Dio e dopo aver goduto dell’ultimo caffè (stavolta zuccherato e ancora più buono), le porte del carcere mi si chiudono alle spalle, e mi ritrovo di nuovo davanti il mare, il volo dei gabbiani sul porto e la mia moto, un’adrenalina mi pervade, e una specie di giramento di testa si impossessa di me fino alla fine del giorno. Almeno, fino all’ingresso nel prossimo carcere. A Siracusa, dopo qualche altra settimana di attesa. Siracusa - «Mi dispiace Salvo, qui era da quattro mesi che non pioveva…» dice la proprietaria della casa che mi accoglie, in una rara brutta giornata alle porte di Ortigia, sulla marina di Siracusa. In Sicilia, ovunque vada, quando mi presento sono «Sandro, piacere», ma poi via discorrendo divento un po’ per tutti Salvo. O Santo. Non ci trovo niente di male nell’essere salvo o santo, e anche se non scomoderei le sfere celesti, accetto di buon grado il cambio di nome. Lei pensa sia qui per turismo, e se mai leggerà quanto scrivo mi corre l’obbligo di rassicurarla, perché pioggia o non pioggia, come scrive Mario Fillioley in La Sicilia è un’isola per modo di dire, «Il tramonto, alla Marina, visto dal Passeggio Adorno, è uno spettacolo che ti prende il cuore e te lo strizza, fino a quando non rimane più niente». Sarà anche per questo che la visita al Carcere di Siracusa, dove Dolci Evasioni sforna 40 tipi diversi di prelibatezze, farà su di me lo stesso effetto del tramonto a Ortigia. E scrivo ‘sforna’ non in senso metaforico, ma nel senso letterale del termine, visto che il forno è stato uno dei primi strumenti utilizzati dall’Arcolaio³, cooperativa fondata da Giovanni Romano ³ www.arcolaio.org

13 e Pippo Pisano nel 2003, per avviare un’impresa sociale che dopo 16 anni riesce a impiegare, soltanto all’interno della sezione di media sicurezza del carcere, cinque pasticceri, detenuti assunti secondo il contratto nazionale, e a fatturare un milione di euro nell’ultimo anno. «All’inizio intorno al forno, acquistato in comproprietà tra casa circondariale e cooperativa, era nato il progetto di un panificio» mi spiega Felicia Cataldi, l’educatrice, calma e rassicurante, che lavora dall’89 nei penitenziari e cura il percorso di reinserimento della squadra di pasticceri assunti da Dolci Evasioni. «Ma gli orari di un panificio, un lavoro prettamente notturno, oltre alla necessità continua di entrare e uscire attraverso lunghi corridoi di porte all’epoca non ancora automatizzate, alla lunga sarebbero diventati insostenibili» conclude. L’idea vincente è arrivata poco tempo dopo, non troppo lontano dalle mura di cinta. Voglio precisare che la Casa Circondariale di Siracusa si trova fuori città, sulla strada dei Monasteri, circondata da alberi di arance, limoni e carrube. «La materia prima locale, tra cui ovviamente la mandorla, riveste il ruolo principale, è la nostra forza» mi racconta Bruno Buccheri, trentenne dalla irsuta barba bionda, che ogni giorno dalla sua Sortino entra ed esce dal carcere per assicurare il successo di questo progetto. Intanto Michael, ventenne nigeriano di Edu, sta portando, con le sue treccine nascoste da una splendente cuffia candida, 32 teglie di biscotti di pasta di mandorla dal reparto produzione a quello di confezionamento. È una linea bianca, disegnata al centro dell’enorme stanzone, a delimitare come in un campo di calcio le due metà, ognuna con i suoi macchinari. «Il laboratorio è grande circa 300 metri quadrati, con una stanza deposito annessa» calcolano Bruno e Salvo Corso, il responsabile della produzione, che dall’alto della sua barba lunga e gli occhiali, sembra più un filosofo della Magna Grecia. «Il forno riesce a lavorare 100 chili di prodotto alla volta e presto – continua Bruno – arriverà anche una macchina pelatrice, con cui riusciremo a chiudere il ciclo della mandorla interamente nel nostro laboratorio». «Dolci Evasioni – sottolineano – acquista le sue mandorle utilizzando esclusivamente la filiera del biologico e del caporalato free da tre diversi fornitori dell’area di Noto», poco distante. Pensando alla manodopera sfruttata in nero, portata senza nessuna tutela nei campi da caporali senza scrupoli, viene in mente la Puglia, gli dico. «Cassibile è la patria del caporalato» mi corregge Bruno. E Cassibile è una frazione di Siracusa, a metà strada tra il centro città e il comune di Noto. «Per questo, il nostro laboratorio risponde alle logiche del commercio equo e solidale, oltre a essere senza glutine e – per alcuni ultimi prodotti, come i nuovi frollini carrube e limone – anche senza lattosio» riprende Bruno, facendomi strada insieme a Salvo e Felicia verso il deposito, con tutti i 40 prodotti di Dolci Evasioni. Già camminando, conto non so neppure quante teglie di mandorle tostate che Simone, un ragazzo etiope dal sorriso gentile, sta confezionando in buste sottovuoto da un chilo. «Simone sta preparando un ordine da 60 chili per un cliente abituale» commenta Salvo. Nella stanza, poi, c’è un tesoro di mandorle per tutti i gusti. Su bancali carichi di cartoni bianchi ben ordinati ci sono i tipici panetti di pasta di mandorle, che somigliano a piccoli palloni da football americano da cui, disciolti in acqua o lavorati, nascono le prelibatezze delle pasticcerie siciliane: latte di mandorla, granite, dolci, gelati. �uindi si trovano sacchetti di mandorle, pelate e al naturale, da un chilo o da cento grammi, amaretti e paste di mandorla con una varietà di canditi, limone, arancio, pistacchio, che vengono prodotti anche singolarmente. Bruno salta da un bancale all’altro. Prende dalle scatole barattoli, buste e panetti, per poi illustrarmeli con attenzione: «Una volta l’anno facciamo anche il pesto con il nostro basilico, coltivato in un terreno che era abbandonato, ma pure rosmarino, origano, finocchietto e ciliegino essiccato grazie a un laboratorio a Canicattini, poco distante da qua». L’angolo più inaspettato è quello del gomasio, un insaporitore di cui non ero a conoscenza. «Lo maciniamo in laboratorio a partire dal sesamo di Ispica, ed è molto buono, oltre che indicato nelle diete povere di sodio. Altrimenti abbiamo sale all’arancia, sale al limone, sale al mix di ortaggi». �uando usciamo dal deposito, Simone ha concluso il confezionamento e sta preparando con una grossa moka il caffè per tutti, mentre su un vassoio compare un generoso assaggio delle paste di mandorla appena sfornate. Avendo davanti agli occhi il ciclo di lavorazione con impastatrice, raffinatrice, vasca di canditura, cutter, colatrice, fonditrice, abbattitore e pralinatrice – già, perché i più esigenti possono trovare le mandorle di Dolci Evasioni anche ricoperte da cioccolato di Modica – non ho alcun dubbio sulla bontà dei biscotti. E la prova non delude. Anzi, sorprende, dal momento che l’impasto di questa pasta di mandorla così delicata, ancora caldo, prima del confezionamento, è un’esperienza riservata a pochi fortunati maestri pasticceri. «All’inizio sono ingrassato tanto, lavorando qui» confessa Florin, 30 anni appena compiuti, il veterano del laboratorio, che da tre anni è la colonna portante del gruppo in cui si avvicendano molti detenuti, con contratti che partono dai tre mesi all’anno. Alto 1.93 m, sembra un giocatore di basket. Non partecipa al rituale dell’assaggio perché è impegnato a manovrare la vicina pralinatrice. «�ui tutti sanno fare tutto, sia perché vogliamo creare diverse competenze, sia perché non volevamo posizioni egemoni nel gruppo di lavoro – a parte, ovviamente, il fatto che da un giorno all’altro possiamo perdere i nostri pasticceri», chiarisce Bruno. Di tanto in tanto arrivano trasferimenti per i detenuti, dal momento che avendo il laboratorio non soltanto dentro il perimetro carcerario, ma in una sezione detentiva, dietro una sfilza di grosse porte di ferro, qui la regola dei due terzi della pena, di cui usufruisce la torrefazione di Pozzuoli, non fa testo. «Non occorre essere articolo 21 (l’art. 21 dell’Ordinamento penitenziario relativo al lavoro esterno al carcere, NdR), qui si può essere impiegati anche all’inizio, o nel mezzo, della pena, non soltanto alla fine» mi informa Felicia. «Uno dei problemi che abbiamo è infatti quello dei licenziamenti» interviene Bruno. «Se c’è un trasferimento – continua – ma anche un fine pena per uno straniero che torna nel suo Paese, noi perdiamo i nostri pasticceri e dobbiamo anche pagare migliaia di euro per ogni pratica di licenziamento, perché adesso la procedura di dimissioni volontarie o risoluzione consensuale si fa online o in un centro fiscale, ma i detenuti non

14 hanno internet, e di certo non possono recarsi in un centro fiscale, in carcere». Problemi del genere rendono questo piccolo miracolo ancora più grande. «Ci sta ‘o “Miracolo, miracolo!” e ‘o “Miracolo!”» suggeriva Lello Arena a Gaetano (Massimo Troisi) in Ricomincio da tre. E Dolci Evasioni è evidentemente un “Miracolo, miracolo!”. �uando mi chiedo, e chiedo a Bruno e a Salvo, qual è il segreto del loro successo, di sapori e commerciale, mi rispondono: «La rete di contatti». �uella creata dalla cooperativa Arcolaio in 16 anni conta migliaia di persone, e altrettanti potenziali clienti per ogni prodotto. Ma anche, come nel caso delle Lazzarelle, i tanti premi vinti. Tra gli ultimi anche due riconoscimenti all’International Taste Awards 2020, e alcune conquiste di fiducia fondamentali per lo stesso sistema detentivo. Il nuovo direttore del carcere, Aldo Tiralongo, permette da sei mesi che la tecnologia entri nel penitenziario con colloqui via Skype per i detenuti, e ha concesso al laboratorio una connessione internet, con un computer collegato sempre alla rete, in grado di gestire in tempo reale gli ordini. Le spedizioni in alta stagione, Natale e Pasqua, sono così numerose che il numero dei detenuti pasticceri aumenta da 5 a 9, e anche i turni di lavoro si allungano. Dal lunedì al venerdì si resta in laboratorio fino alle 18, rispetto all’orario normale che prevede un impiego fino alle 14 al massimo. Il prossimo obiettivo della pasticceria? «Il panettone» rispondono decisi. «Abbiamo già fatto diverse prove. Viene, viene anche bene, ma fin quando non avremo un prodotto eccellente, non se ne parla». È soltanto dopo aver salutato i pasticceri, mentre attraversiamo il sistema di porte automatizzate verso l’uscita, che realizzo di essere stato in un carcere. E di essere davvero Salvo. �uando scopro come un componente della squadra è finito dietro a una di quelle porte, e per quanti anni ancora dovrà restarci. Perché quando vi raccontano che in carcere tutti giurano di esserci finiti per sbaglio, potete star certi di una cosa: chiunque vi stia parlando, in carcere non c’è mai stato. In carcere una persona perde tutto. E rimane solo quello che è. Per questo non si ha vergogna ad ammettere le proprie colpe, e tutti sanno chi è innocente e chi no. Ci si riconosce a pelle, al primo sguardo: ma riguardo ai primi, gli innocenti, l’idea che uno di loro possa entrare in carcere da ragazzo e uscirne da vecchio, questo sì, ti prende il cuore e te lo strizza fino a quando non rimane più niente, davvero.

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24 the good inside. the excellence in prison work: stories of food, stories of men curated by sandro di domenico

25 Behind walls as high as those of a castle, but with barbed wire. Overcoming an apparently always equal string of heavy armoured doors, operated by a guard. In the far from welcoming arms of the law. Worked by the hands of women and men made invisible to the flowing world, deprived of days, months or years, of freedom, one cannot even imagine how much good lies inside. I must confess: I myself would not even have suspected it, if I had not accepted Ossigeno's invitation to enter prison for the first time in my life, discovering first of all that being able to visit one is everything but easy. Naples - The first question is point-blank put to me by Imma: «Do you have precedents?». And I feel embarrassed like a lady whose age someone asks in public. «You know, it's not that obvious», she continues. «Sometimes, even people who say no maybe have a police detention, a little precedent, and getting them in with us becomes difficult». Imma Carpiniello, 45-year-old Neapolitan woman graduate in Political Science, for two years was the chairwoman of Freedhome, a network of Italian social cooperatives engaged in re-education projects born within prison institutions, with the aim of creating real work and craft products of the highest quality, capable in some cases of winning international prizes of excellence. From the Apulian taralli prepared by Campo dei Miracoli inside the Trani Correctional Facility, to the bread baked by Brutti e Buoni in the Brissogne Prison, in Aosta; from the Sicilian pastry preparations by Dolci Evasioni in the Syracuse Jail, to those based on almonds, pistachios and hazelnuts by Sprigioniamo Sapori, at the Prison of Ragusa; from the high-quality baked goods of Cotti in Fragranza, inside the Malaspina Juvenile Prison in Palermo, to the Neapolitan coffee by Lazzarelle in Pozzuoli, which Imma still coordinates. «Working in prison is not that easy, the difficulties are many, that’s the reason why – she says – the Freedhome network was created, which became a distribution point, but also a way to present ourselves to the Ministry of Justice as a single entity, starting from the common issues. Freedhome was born to represent and aggregate 13 common experiences of female and male prisons, from the correctional facility to the high security jail. There was even a coop engaged with prisoners inside the penitentiary police school». It was, preterit tense, because, as Imma makes clear from down under her black curls: «We all feel the need for something that could represent us, but it's complicated». And social cooperatives, small and tenacious like her, resisted until the exhaustion of Freedhome's experience, which took place last year. Now, they are working to relaunch. For instance, Imma is ready to give birth to a bistro in the heart of Naples, within the Galleria Principe, a stone's throw from the Academy of Fine Arts, starting from the Lazzarelle’s coffee roasting project in Pozzuoli. And, as Imma herself points out, though lacking «a container of experiences capable of deciding a collective course of action», as the last chairwoman of this officially dissolved network, she does not stop helping anyone whoever asks her. Her twentyyear commitment was born by participating in women's prisons in the activities of the Antigone Observatory4, organization dealing since 1998 with the rights and guarantees of the penal system in our Country. «When you enter a prison – she tells me – you always tend to ask a question to the prisoners: “What are you lacking of?" And they tell you children, affections, of course, but then they add: working. And you wonder why. This inspired in me a series of questions about what ‘job’ meant to them, and how important it would have been to bring a cooperative to prison. Because normally, until we created a coop inside it, people were always talking in terms of working outside the prison, and never in terms of working inside it». «And working was needed, it was needed for various reasons. First of all because the prisoners needed money. Because today you need money, to stay in jail. For a number of things that the national prison administration doesn't give you. Trivially: sanitary napkins. We are women, every month we have to buy pads». The prison does not provide them? «No». What if you don't have the money? «If you don't have a family outside supporting you, you have to work for inmates inside, creating a hierarchy. So: I cook, I make your bed, I wash your clothes, in return you give me a sanitary napkin, a cigarette, and so on». Is the prison economy based on this kind of barter? «The informal one. Because even to stay in prison there is a maintenance cost», Imma explains. «To stay in prison, you have to pay not only the cost of living, but also money to the State, for your bedside, the use of water, that of light, your food». The Copernican revolution of my knowledge starts to make me dizzy; I ask: but how? So, isn't it, as we all think, that prison relieves you of thoughts, and they give you food and accommodation paid by the State? «No», Imma says firmly. «You have to pay for everything. And if you don't pay, you leave prison with a debt that is on average 60 euros a month. Multiplied by the months of the sentence. In addition to an executive tax demand as soon as you step outside. You go out with a double handicap: the stigma of the prisoner and that of the debt». So, if the inmate has a property... «Yes, it becomes a foreclosure; or, if you have a job, part of your paycheck is held in advance, as it happens for our inmates». Thus, they are lucky... «Yes, at least they have time to breathe». And how many inmates are now locked up in Pozzuoli? «It is a fluctuating number. The Pozzuoli prison has a capacity of 98 people and a tolerance of 130; currently, there are 190». Rome - It’s only thanks to Imma's decades of experience, after less than a month, that I will be able to get into the Pozzuoli Prison, but not before having touched down Rome, to make sure that the highly ethical mission of finding a legal place in the society for those who have been in jail, corresponds an equally high quality. At the Vale la Pena5 pub, based in Rome, I can get the first proof. Late evening arrival, in Eurialo street, behind the Furio Camillo metro station; Stephanie, a beautiful thirtyyear-old woman in charge at the front together with her boyfriend Massimo, welcomes me. The beer I choose, Vale la Pena's Pils, is a classic blonde refreshing the palate, but there is a good variety of commercial craft beers and another one produced in prison, at the Saluzzo Penalty Institute: Pausa Caffè6. To wait on me the Pils I ordered is Oscar La Rosa, soul of the rebirth of this place closed for a few months, that he decided to reopen, bringing us not only the beer that gives the place its name, but also all the better products of the prison economy. Oscar is 32 years old, tall and robust, with long red hair and glasses, and he explains to me that he is not only concerned with the pub. He has been 4 www.antigone.it 5 trans. It’s worth the sentence. 6 trans. Coffee Break.

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