1 OSSIGENO Elements of life
È sicuro di sé, questo numero di Ossigeno, perché le sue informazioni trasportano un significato implicito: l’importanza dell’avere un metodo. Il metodo può essere scientifico o personale, l’importante è che coinvolga ogni tipo di lettura. Ma un metodo ci deve essere, soprattutto davanti alle strade nuove. Così, la linea editoriale del numero illustra temi e presenta soggetti il cui percorso, da solo, senza didascalie, dimostra come la certezza di un risultato sia ottenibile con uno scopo e un metodo preciso. Uno scopo di valore e un approccio di osservazione completa e senza pregiudizio. �uesta è l’alchimia del libro numero 8 di Ossigeno - Elements of life. I temi dell’uscita sono così individuati tra gli obiettivi-chiave della casa editrice NutsforLife e della Euro Company, sostenitrice della pubblicazione, che dell’azienda è manifesto. Tra le righe di ogni approfondimento c’è traccia di metodo, c’è l’evidenza di un’osservazione ampia, di un confronto su tutti gli aspetti che riguardano il caso di studio, e c’è la procedura necessaria per dare valore concreto alla propria iniziativa. Intrinseca o dichiarata, l’esigenza di una struttura di indagine è chiara nella disciplina di Federico Varese, Professore a Oxford, tra i massimi esperti di criminalità organizzata a livello internazionale. Dai discorsi alimentari, alla debolezza delle mafie se messe a nudo, il viaggio che Varese conduce per Ossigeno è anche disponibile nella video-intervista integrale sul sito di Ossigeno. L’evidenza dello scopo su cui indirizzare vita e attività è il fine del metodo di Adriano Olivetti nel Capitalismo Artista, taglio su cui abbiamo esplorato la meravigliosa opera dell’industriale italiano. Scientificamente concentrato sull’oggetto è il focus sul metodo necessario per processare la sostenibilità ambientale e il marketing. �ui l’approccio al tema non deve contemplare distrazioni, perché l’uomo sta già compiendo nuovi disastri contro l’umanità. Prima ancora del metodo c’è la teoria, lo scopo. �uello che deve avere un’azienda, per esempio, perché il solo profitto è limitante per l’ambiente di vita, e quindi per se stessa. Iniziamo da questo articolo un piano di approfondimento che proseguirà nei prossimi numeri. This issue of Ossigeno is self-confident, because its information conveys an implicit meaning: the importance of having a method. It can be scientific or personal, the important thing is that it could be able to involve all kinds of reading. But there has to be a method, especially when faced with new routes. Thus, this issue’s editorial line illustrates themes and introduces subjects whose path, alone, without captions, can demonstrate how the certainty of a result can be achieved by means of a specific purpose and method. A valuable purpose and a comprehensive, bias-free observation approach. Here is the alchemy of the book number 8 of Ossigeno - Elements of life. This issue’s topics are thus identified among the key-objectives of the NutsforLife publishing house and of Euro Company, supporter of this publication, representing the company’s manifesto. Between the lines of each in-depth study there is trace of the method, evidence of a broad observation, of a comparison between all aspects concerning the case study, and there is the procedure necessary to give concrete value to its own initiative. Unspoken or declared, the need for an inquiry structure is clear within the discipline of Federico Varese, Professor at Oxford, one of the leading worldwide experts in organized crime. From food talking, to mafias’ weakness when laid bare, the journey led by Varese for Ossigeno is also available in a full video-interview on Ossigeno’s website. The evidence of a purpose able to direct one’s own life and one’s own activity is the aim of the method pursued by Adriano Olivetti within the Artistic Capitalism, selected slant In order to explore the wonderful vision of the Italian tycoon. Scientifically focused on the object is the spotlight on the method necessary to process environmental sustainability and marketing. Here, the approach to the subject must not admit distractions, because man is already performing brand new disasters against humanity. Even before method there is theory, there is a purpose, that a company, for instance, needs to have, because the mere profit is rather too limiting for any living environment, therefore for itself too. Starting from this reading, we would like to introduce a series of insights set to continue over the next issues. Mario Zani
dalla sicilia a hong kong, nessuna mafia è infallibile. conversazione oxfordiana con federico varese sandro di domenico Mafia: pantagruelica a tavola, sovranista nell’impianto ideologico, indebolita da Amazon, Netflix e dallo svelamento delle sue fratture. Intervista a Federico Varese, Professore di Criminologia a Oxford, il più noto studioso al mondo di crimine organizzato. - tavole still life a cura di mustafa sabbagh stimabile e inestimabile. dal profitto al valore dell’azienda federico tosi C’è un aldilà pieno di luce, e va oltre il profitto. Dal Rinascimento a una sentenza storica del ‘900, a Tony’s Chocolonely e alla Doughnut Economy, esempi luminosi di aziende accomunate dall’esigenza di un valore, prima che di un profitto. rivoluzionario come la bellezza. la lezione di adriano olivetti fabiola triolo �uella della bellezza è una necessità, ma «l’estetica senza etica è cosmetica». Nel Capitalismo Artista, un uomo ha saputo essere Mida e Dedalo, rendendo arte e cultura il suo più grande manifesto. Epitome della capacità di visione, la lezione di Adriano Olivetti. interludio. un racconto di mustafa sabbagh il multilivello e la favola federico tosi La scala del Network Marketing e i suoi disseminati cigolii. Con l’aiuto di tre esperti – la docente Carolina Guerini, l’esperto in PNL Marco Benassi e il community administrator Alessandro Norcia – come individuare il gradino in cui è facile inciampare. carruba: la misura dell’oro stefano santangelo Autobiografia veterana di un frutto che fu misura dell’oro e del diamante: «Lo sappiamo tutti quanto la famiglia sia importante; la nostra la fa da padrone sin da quando arrivammo con le navi dei Greci, che Cristo non era ancora nato». Per non parlare di Giuda… - tavole illustrative a cura di carlo pastore pera: il ritratto della modestia stefano santangelo Autobiografia permalosa di un falso frutto, destino beffardo verso chi troneggia perfino al Louvre: «Li sento bisbigliare alle mie spalle: Sarà sempre seconda a quell’altra. Direi meschini, se il mio motto non fosse: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa». - tavole illustrative a cura di carlo pastore metodo ambientale vs. ambientalismo da salotto: azioni necessarie per chi cerca le vie della sostenibilità carlo zauli Avere metodo vuol dire possedere gli strumenti per ottenere una completa lettura del fenomeno. Due case studies – pannelli solari e orti urbani – mostrano quanto anche la sostenibilità ambientale necessiti del rigore di un metodo analitico. 10 34 46 110 122 132 140 148
from sicily to hong kong, no mafia is infallible. an oxfordian conversation with federico varese sandro di domenico Mafia: gargantuan at the table, sovereign in its ideological framework, weakened by Amazon, Netflix and the revelation of its own fractures. An interview with Federico Varese, Professor of Criminology at Oxford, the most renowned expert in organized crime. - still life panels curated by mustafa sabbagh estimable and inestimable. from company profit to company value federico tosi There is another side full of light, and it goes beyond profit. From the Renaissance to a historic sentence of the ‘900s, up to Tony's Chocolonely and the Doughnut Economy, shining examples of companies united by the need for value, before than that for profit. revolutionary like beauty. adriano olivetti’s lesson fabiola triolo Beauty is an urge, but «aesthetics without ethics are cosmetics». Within the Artistic Capitalism, a man has been both Midas and Daedalus, turning art and culture into his greatest manifesto. Epitome of visionary capability, Adriano Olivetti's lesson. interlude. a tale by mustafa sabbagh multilevel and the fable federico tosi The staircase of Network Marketing and its scattered squeaks. With the support of three experts – the Professor Carolina Guerini, the expert in NLP Marco Benassi and the community admin Alessandro Norcia – how to identify the step easy to stumble upon. carob: the measure of gold stefano santangelo A veteran autobiography of a fruit that once was measure of gold and diamond: «We all know how important family is; and ours has ruled since we arrived upon Greek vessels, when Christ had yet been born». Not to mention Judas… - illustration panels curated by carlo pastore pear: a portrait of modesty stefano santangelo A huffy autobiography of a false fruit, cruel fate towards who dominates the Louvre too: «I hear them whispering behind my back: She will always be second to that other one. Mean, I’d say, if my motto were not: Let us not talk of them, but look and pass on». - illustration panels curated by carlo pastore environmental method vs. parlour environmentalism: some necessary steps on the road to sustainability carlo zauli Having a method means possessing the tools to obtain a complete reading of each phenomenon. Two case studies – solar panels and urban gardens – highlight how environmental sustainability also requires the rigor of an analytical method. 26 40 78 110 126 136 144 154
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10 dalla sicilia a hong kong, nessuna mafia è infallibile. conversazione oxfordiana con federico varese sandro di domenico Federico Varese è Professore di Criminologia presso la facoltà di Sociologia dell’Università di Oxford. Nato a Ferrara il 12 novembre del 1965, dopo gli studi liceali e un Baccalaureato Internazionale al Lester Bowles Pearson College di Vancouver, si è laureato in Scienze Politiche all’Università di Bologna, ha conseguito un Master all’Università di Cambridge e pubblicato, nel 2001, la sua tesi di dottorato ottenuta in Sociologia, a Oxford, con il titolo The Russian Mafia. Da questo libro, edito dalla prestigiosa Oxford University Press, è nata la collaborazione prima, e l’amicizia in seguito, con John Le Carré, della cui tenuta in Cornovaglia è spesso ospite. Prima di ricoprire il suo attuale incarico a Oxford, ha insegnato Criminologia a Yale e al Williams College. Ha pubblicato per Einaudi Mafie in movimento (2011) e Vita di mafia (2017). Varese, i cui lavori sono tradotti e distribuiti in tutto il mondo, è inoltre Direttore dell’Extra-Legal Governance Institute presso l’Ateneo fondato da Enrico II d’Inghilterra, e Senior Research Fellow al Nuffield College di Oxford. Negli anni è stato autore di contributi per numerosi quotidiani italiani e internazionali, e tuttora collabora con La Stampa in Italia e con il Times Literary Supplement nel Regno Unito.
11 A Oxford esiste una piccola stanza, di pochi metri quadrati, affacciata su un prato all’inglese dove in autunno può piovere ininterrottamente per giorni. Tre lati ospitano libri e fascicoli ben ordinati, impilati l’uno accanto all’altro. Il quarto, di fronte alla porta, si compone di un terzetto altrettanto interessante. A sinistra svetta un armadietto metallico, con in cima un tubo di palline da tennis gialle fluorescenti; al centro è sistemata una modesta scrivania di legno marrone con una sedia su rotelle; a destra si accomoda una soffice poltrona imbottita, che gode della luminosità sempre generosa dei cieli del Nord provvista dall’unica finestra. È qui – quando non è a giocare a tennis su qualche complicato campo in erba dal rimbalzo imprevedibile – che immagino Federico Varese a scrivere. Immerso nei volumi da cui trae nomi, date, dati e spunti per i suoi libri, di cui in questi anni si è nutrito tra gli altri anche David John Moore Cornwell, al secolo John Le Carré, l’ex spia inglese diventata autore di best sellers letti in ogni angolo del globo e, più recentemente, di soggetti per film e serie altrettanto famose. Ed è qui che il Professor Varese ha accolto le domande incuriosite, e inumidite da una pioggia incessante, che scandiscono questa conversazione piacevole con un uomo al quale, a soli cinquantacinque anni, si potrebbero già assegnare almeno tre titoli – tutti egualmente esatti, ma allo stesso tempo ingiusti, se riferiti ai lampi di una mente così brillante. Varese potrebbe essere definito come un ricercatore ossessivo, tanto insistente da esser stato capace di farsi invitare a cena da un boss della mafia russa soltanto per poterlo studiare più da vicino. Oppure come il più citato studioso italiano di crimine organizzato, l’unico ad aver portato questa materia in insegnamento prima a Yale e poi a Oxford. O ancora come un cinefilo accanito e massimo esperto italiano di film sul crimine prodotti nei cinque continenti, con una particolare predilezione per Clint Eastwood. La nostra intervista è cominciata, non a caso, dalla piccola stanza assegnata a Varese all’interno dell’esclusivo Nuffield College, sulla cui scrivania spiccava il poster di un metro per sessanta centimetri de Gli Spietati – quello in cui la mano di Eastwood impugna, dietro la schiena, un revolver Starr a doppia azione – per concludersi nella più moderna e spaziosa stanza della facoltà di Sociologia, sulla cui parete principale Eastwood e Volonté si dividono la scena nella locandina di Per un pugno di dollari. Poco distante è incorniciata la prima pagina del supplemento letterario del Times, con un articolo di Varese in copertina: Why the mafia must have home cooking. Partiamo da qui: quanto è importante il cibo per la mafia? Il cibo conta. �uesto articolo è del 2001; in quel periodo insegnavo negli Stati Uniti, dove c’è questa cittadina, Buffalo, al confine col Canada. �ui si era trasferita una delle famiglie storiche d’America, emigrate lì negli anni ‘10. Il boss che la fondò si trasferì da New York a Buffalo, e stette lì tutta la vita; una volta morto diventò boss suo figlio, e gestì una pizzeria considerata la migliore d’America. Io, ovviamente, sono andato in quella pizzeria a mangiare, ma nel frattempo anche il figlio era morto, e il nuovo boss era una terza persona non appartenente a quella famiglia. L’articolo si apre con questa pizzeria e racconta di quanto quella pizza fosse buona, per introdurre il tema fino a che punto può viaggiare il cibo? L’articolo verte proprio sui modi in cui le mafie migrino. In Ossigeno #06 abbiamo approfondito il risultato delle ricerche dell’IHME - Institute for Health Metrics and Evaluation su quanto sia importante non solo ciò che si mangia, ma anche su cosa non rientri – per tanti motivi, non da ultimo quello economico – nella dieta delle persone, come fibre, carne, frutta e frutta secca. I mafiosi di Cosa Nostra in questo sembrano non farsi mancare niente, anche perché i riti che lei identifica per contraddistinguere le mafie sembrano contemplare quasi sempre un momento conviviale. Il cibo è importante, e i mafiosi siciliani possiedono tratti caratteristici straordinari in questo. La mafia siciliana organizza delle gran cene. Delle schiticchiate, questa è la parola precisa che utilizzano. Si danno appuntamento in una villa in campagna, isolata, e cucinano. Tutti gli uomini, solo uomini, senza donne. Saper cucinare in queste situazioni conviviali è un plus, un dato positivo. Mi viene in mente �uei Bravi Ragazzi; pare esistano addirittura ricette di ragù dei Bravi Ragazzi – quello con le polpette, cucinato da Ray Liotta, nel film di Martin Scorsese. Sì, e non solo. Perché poi, in queste cene, i mafiosi cominciano persino a tirarsi del cibo, addosso o sulla tavola. E c’è finanche un antropologo americano che fu invitato a una di queste cene, descrivendole. Oltre a tirarsi il cibo, si travestono e fanno tipo delle carnevalate, vestiti anche da donna. �uindi questa cultura di soli uomini, questa cultura machista, di colpo vira e diventa tutt’altro. Aspetto piuttosto singolare della mafia, in particolare di Cosa Nostra. Ma, al di là del cibo, qual è secondo lei uno degli aspetti fondamentali che accomuna le mafie internazionali?
12 Un altro aspetto fondamentale delle mafie – condiviso dai russi, ad esempio, da cui sono cominciate le mie ricerche di giovane dottorando – è che loro non si reputano semplicemente dei criminali. �uesta sarebbe l’offesa peggiore che tu potresti rivolgere loro, che si considerano invece persone che risolvono le situazioni, sistemano le cose, rendono tutto più omogeneo. Dei fratelli di legge, insomma – che è poi la traduzione letterale di vory-v-zakone, espressione della mafia russa. Sì, esatto. Delle brave persone. �uesto diceva anche Joe Bonanno nella sua autobiografia (A man of honor, N.d.A.). I mafiosi hanno questa sorta di ideologia che li spinge ad andare avanti. Perché, comunque, fare la mafia puramente motivati dal vantaggio economico è molto difficile. E questo perché la mafia è un impegno talmente totalizzante che per entrare in queste organizzazioni ci devi credere. Cioè, si deve credere in qualcosa che vada al di là del puro profitto… anche se il profitto è chiaramente un altro fattore. A proposito di questa fede cieca: studiandola, o anche leggendola dai libri, persino dai suoi, pensa che la criminalità organizzata possa esercitare una sorta di fascinazione presso le persone cosiddette normali? Sicuramente le mafie vorrebbero fartelo credere. Tutte le mafie che cito nei miei libri hanno creato mitologie delle loro origini. Tutte rigorosamente false. Nascono tutte per combattere l’ingiustizia: i Beati Paoli, in Sicilia, che combattono contro i francesi, in Giappone lo stesso, le Triadi pure. Anche la mafia russa ha il suo mito di origine: nel suo caso, è combattere contro i “cattivi comunisti”. E lei pensa che dai suoi libri qualcuno possa rimanere affascinato dalle organizzazioni mafiose? Beh, credo di no… Allora cambio la domanda: secondo lei, tra i suoi lettori ci sono dei mafiosi? A dire il vero, il mio ultimo libro è stato tradotto in spagnolo ed è stato molto letto in America Latina, quindi forse lì qualcuno che lavora per i cartelli della droga c’è stato… Una delle regole che mi sono dato io è stata quella di non far tradurre i miei libri in russo. Per evitare una vicinanza eccessiva. �ueste mie domande nascono anche dalle critiche negative ai libri sulla mafia, accusati di mitizzarla. Vita di mafia è in parte una risposta a questa critica, e secondo me fa esattamente l’opposto. Cioè, invece di mitizzarla, mostra la sua vigliaccheria e le loro insicurezze. Mostra che non tutto riesce loro. Anzi. Ad esempio? L’esempio più lampante è tratto da un libro, secondo me, tra i più belli mai scritti sulla mafia. È il libro di Felicia Impastato, la madre di Peppino Impastato. Il titolo è La mafia in casa mia, in cui lei descrive il funerale del figlio. La scena è questa: come tu sai, la famiglia Impastato è una famiglia di mafia. Sia Felicia che il marito avevano quelle origini, e Peppino vi si ribellava. Nel salotto della casa ci sono i familiari che aspettano l’arrivo del feretro di Peppino e uno di loro, mafioso, dice a Felicia Impastato: «Vedrai che non ci sarà nessuno, tuo figlio era un comunista, a nessuno fregherà nulla». A un certo punto la nipote, però, apre la finestra e vede che dietro la bara di Impastato ci sono migliaia di persone. Che urlano contro la mafia. Che lanciano slogan contro la mafia. E questo mafioso improvvisamente si impaurisce, diventa bianco in viso, si siede su una sedia e dice: «Adesso mi spaccano la testa». È una grande lezione. Ci insegna che, se ci si mobilita, questi non si rivelano altro che una piccola minoranza. Un’altra cosa che cerco di dimostrare nel libro è che non tutte le ciambelle riescono col buco. Neanche le loro. Bisogna stare attenti perché la mafia è pericolosissima, però dare l’impressione che sia onnipotente, infallibile, in realtà è prima di tutto esattamente ciò che loro vogliono, e in seconda istanza non è vero. Perché esistono invece casi in cui i mafiosi sono stati sconfitti o raggirati. �uindi, secondo me, l’idea che emerge da alcuni racconti, anche televisivi, della mafia è, per prima cosa, non corretta. E poi è un’idea, un’immagine, che fa molto comodo alla mafia stessa, perché quello di cui ha bisogno è una reputazione. La mafia vuole che noi la temiamo, così, quando ci viene a chiedere qualcosa, noi facciamo immediatamente ciò che ci viene chiesto. Al riguardo, ci sono alcuni passaggi del suo ultimo libro che mi hanno colpito, e sono quelli in cui lei racconta come alcune famiglie di Cosa Nostra si scoprano impotenti davanti a furti o assalti alle saracinesche dei negozi in quartieri che sono convinti di “controllare”. Per non parlare dell’indifferenza di migranti e commercianti cinesi alle richieste di racket e, in ultimo,
13 dell’impossibilità di chiedere il pizzo a Netflix o Amazon, che hanno ormai preso il posto dei negozi di prossimità. È proprio così, e queste storie vengono da Palermo, dove l’arrivo dei migranti ha indebolito la mafia (insieme, ovviamente, alla repressione poliziesca). Ci parlano di furti in appartamento che non sono “sanzionati” dalla mafia, e che palesano quindi un’incapacità di governare il territorio. Nelle intercettazioni scopriamo poi che, per esempio, alcuni appartenenti alle cosche mafiose non hanno neppure i soldi per pagare le rate della macchina al concessionario, e sono obbligati a restituirla. �uesto dimostra che sono deboli – non sempre, non in tutti gli aspetti, ma se noi come studiosi non ne sottolineiamo anche le debolezze, e quando sono deboli il motivo per cui lo sono, sferriamo un grave danno alla ricerca. Tornando ai migranti, vorrei chiederle cosa ne pensa sul tema della manodopera a basso costo – e non soltanto nel Meridione, e non soltanto in Italia, se i rapporti dell’ONU ci raccontano di condizioni di sfruttamento nella coltivazione di alcuni tipi di frutti in Vietnam, in cui si calpestano i diritti civili. �uesto tipo di sfruttamento può considerarsi criminalità organizzata? Certo, perché le mafie sono coinvolte nel caporalato. �ual è il termine inglese? In Inghilterra si chiama labor racketeering, e contraddistingue un sistema in cui imprenditori che usano mezzi non del tutto legali incontrano una manodopera disposta ad accettare condizioni di illegalità, con la mafia mediatrice tra questi interessi. Non dobbiamo mai dimenticare la responsabilità degli imprenditori, che è gravissima. In questo caso imprenditori agricoli, ma anche nell’edilizia esistono le medesime logiche di sfruttamento. Io ho studiato il caso di Bardonecchia, in Piemonte, primo comune fuori dalla geografia tradizionale la cui giunta è stata sciolta per infiltrazione mafiosa: il mafioso locale – Lo Presti, della ‘ndrangheta – faceva proprio quel lavoro lì, nell’edilizia in quel caso, esercitando il suo controllo sulla manodopera di immigrati meridionali. La mafia opera dunque sicuramente su questi mercati, e quello che dobbiamo capire è che produce un servizio per entrambe queste due entità, per entrambi questi due interessi. L’imprenditore ha manodopera a basso costo, minacciata e controllata dalla mafia, e l’immigrato disoccupato viene senza dubbio sfruttato, ma preferisce lavorare, piuttosto che non farlo del tutto. Ecco la trappola. Ma sappiamo anche che, a volte, i lavoratori si ribellano. �uando stavo per completare il mio libro Mafie in movimento, sono stato a Rosarno immediatamente dopo la rivolta che ci fu nel 2010-11. La mafia è in grado di sfruttare gli immigrati solo se questi non si organizzano e non si proteggono – come, ad esempio, fanno alcuni gruppi di immigrati del Bangladesh a Palermo. Di per sé, l’immigrato non sempre è in grado di rifiutare lo sfruttamento mafioso, ma ciò dipende soprattutto dalla sua capacità di organizzarsi in gruppo. E dal punto di vista dell’impresa? L’impresa è, secondo me, l’altra faccia del problema. Le imprese che cercano la mafia beneficiano della sua presenza. Il problema della mafia è che è un fenomeno che esiste da prima dell’Unità d’Italia, represso nella storia anche piuttosto pesantemente – da Falcone, da Borsellino, con il maxi-processo di Palermo. Eppure è ancora lì, no? In questo senso mi viene in mente la frase di Giovanni Falcone: «La mafia è un fenomeno umano, e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine». Lei è d’accordo? Io sono d’accordissimo, però la fine non si è ancora vista in Italia. E c’è di peggio, perché quello a cui abbiamo assistito è l’espansione al Nord delle mafie tradizionali – in Piemonte, in Veneto, in Lombardia e anche in Emilia, come sappiamo dalle indagini di Reggio Emilia e di Brescello. �uindi la situazione è grave e persiste. Le mafie si espandono. La ragione per cui esiste da più di cento anni è perché soggetti al di fuori della mafia beneficiano della sua presenza. Nel mio studio su Bardonecchia, concludo che in quel caso la funzione della ‘ndrangheta, nel periodo del boom di richiesta di seconde case in montagna, fu quella di ridurre la competizione a beneficio di alcuni imprenditori, escludendone altri. E procurandosi manodopera a basso prezzo. A guadagnarci furono dunque imprenditori inclusi nel cartello economico protetto dalla mafia. Gli altri furono espulsi, minacciati, alcuni addirittura assassinati. Soltanto un sindaco eroico all’epoca, Mario Corino (primo cittadino di Bardonecchia dal ’73 al ’78, N.d.A.), ne denunciò la presenza. Un eroe dell’antimafia italiana di cui, però, nessuno si ricorda. Tuttavia, a mio avviso, la soluzione non può venire solo dagli imprenditori. Deve arrivare dallo Stato, che deve proteggere i mercati, assicurarsi che l’accesso ad essi sia libero e non chiuso – che è quello che fanno le mafie: chiudono i mercati – e quindi rendere il mercato funzionante in maniera
14 equa. �uello che le mafie producono è il governo violento dei mercati. E non possiamo sperare che la soluzione venga dagli imprenditori, che possono essere vittime o complici, ma secondo me la soluzione sta fuori. Sta nello Stato. Nelle sue regole e nella sua capacità di governare i mercati. Se così non è, lo Stato implicitamente accetta questa sorta di ideologia neo-liberista che sostiene che i mercati si autoregolino, e che quindi non ci sia bisogno di un suo forte disciplinamento in materia. Beh, si tratta di una proposta che è tornata con forza nell’emergenza Covid, e che viene per lo più dall’arco politico sovranista… Ma alla mafia piacciono i mondi piccoli, chiusi, e non il mondo aperto. E in questo senso, in un senso molto lato, è simile alle ideologie sovraniste. Dal momento che consigliava di mettere in evidenza i punti deboli delle mafie per combatterle, si può dire che uno dei più grandi successi nella lotta alla mafia sia stato, ad esempio, raggiunto oltreoceano con un infiltrato, il famosissimo Donnie Brasco? Sì, Joseph Pistone, che ha scritto tra l’altro un libro fantastico (Donnie Brasco, N.d.A.), in cui racconta tutto il suo periodo di apprendistato. Fu un errore clamoroso della mafia. Una cantonata… E infatti, dopo Pistone, le regole cambiarono. Il libro è straordinario perché racconta come lui vendesse droga invece di comprarla soltanto, cosa che di solito i poliziotti sotto copertura non fanno. Oppure, andava nei bar e non diceva niente. Non faceva mai domande. Stava lì. Dai suoi libri si capisce che anche lei ama andare nei luoghi di cui scrive. Una volta lì, usa anche lei la strategia di Donnie Brasco per raccogliere informazioni (ovvero stare zitti e non fare domande)? Sì. Un aspetto molto importante del mio modo di lavorare è andare nei luoghi di cui scrivo. Ho cercato di non scrivere mai di luoghi che non ho visitato. Secondo me è fondamentale, perché viverli ti dà il senso degli spazi, il senso della geografia, e anche se non scopri nessun segreto in particolare, durante il viaggio impari come la gente vive la sua vita quotidiana. Puoi interagire, parlare, perché ovviamente io non sono sotto copertura, quindi dichiaro sempre chi sono. Sarebbe molto più pericoloso andare sotto copertura, o fingere di essere una persona diversa. Se venissi scoperto, rischierei molto di più. E allora, per avere un indizio sul tema del suo prossimo libro, provo a chiederle qual è stato il suo ultimo viaggio. È un po’ che non viaggio per via dell’emergenza Covid, e mi dispiace. Ma, non molto tempo fa, sono tornato in Russia...
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16 COD. ART. 2W7A3841
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18 COD. ART. 2W7A3842
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20 COD. ART. 2W7A3843
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22 COD. ART. 2W7A3845
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24 COD. ART. 2W7A3848
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26 sandro di domenico from sicily to hong kong, no mafia is infallible. an oxfordian conversation with federico varese Federico Varese is Professor of Criminology at the Sociology faculty of the University of Oxford. Born in Ferrara on November 12, 1965, after his high school studies and an International Baccalaureate at Lester Bowles Pearson College in Vancouver, he graduated in Political Science at the University of Bologna, earned a Master’s degree from the University of Cambridge and published, in 2001, his doctoral thesis in Sociology, at Oxford, under the title The Russian Mafia. Thanks to this book, published by the prestigious Oxford University Press, came first the collaboration, and then the friendship, with John Le Carré, whose estate in Cornwall he is often a guest. Prior to his current assignment at Oxford, he taught Criminology at Yale and Williams College. He published Mafias on the move (2013) and Mafia life (2018). Varese, whose works have been translated and distributed throughout the world, is also Director of the Extra-Legal Governance Institute at the University founded by Henry II of England, and Senior Research Fellow at Nuffield College in Oxford. Over the years he was author of several contributions for Italian and international newspapers, still collaborating with La Stampa in Italy and with the Times Literary Supplement in UK.
27 In Oxford there is a small room, a few square meters, overlooking an English lawn where in autumn it can rain continuously for days. Three sides host well-ordered books and fascicles, stacked next to each other. The fourth, facing the door, consists of an equally interesting trio. To the left stands a metal cabinet, with a sleeve of fluorescent yellow tennis balls on top; in the center there is a modest brown wooden desk with a wheelchair; on the right stands a soft padded armchair, enjoying the always generous brightness of the northern skies provided by the only window. Here – when he is not playing tennis on some complicated grass court having an unpredictable bounce – I like to imagine Federico Varese writing. Surrounded by volumes from which he draws names, dates, data and ideas for his books, that in recent years also nourished David John Moore Cornwell, aka John Le Carré, the former English spy now author of bestsellers read all over the globe and, more recently, of subjects for equally famous movies and series. Here Professor Varese welcomed my curious questions, moistened by an incessant rain punctuating a pleasant conversation with a man to which, at the age of fifty-five, at least three more honorifics could be granted – all equally exact, but at the same time all reductive, with reference to the flashes of such a brilliant mind. Varese could be defined as an obsessive researcher, so insistent that he was able to be invited to dinner by a Russian mafia boss, only in order to be able to study him more closely. Or as the most cited Italian expert in organized crime, the only one that brought this subject into teaching, first at Yale and then at Oxford. Or even as an avid cinephile and Italy’s leading connoisseur of crime movies produced in all five continents, with a particular predilection for Clint Eastwood. Not surprisingly, our interview starts from the small room assigned to Varese inside the exclusive Nuffield College, on whose desk stands the poster measuring one meter by sixty centimeters of Unforgiven – the one in which Eastwood's hand holds, behind his back, a double-action Starr revolver – ending in the most modern and spacious room of the faculty of Sociology, on the main wall of which Eastwood and Volonté share the scene in the poster of For a Fistful of Dollars. Framed nearby, there is the first page of the literary supplement of the Times, with an article by Varese on the cover: Why the mafia must have home cooking. Let's start from here: how important is food for the mafia? Food matters. This article is from 2001; at that time, I was teaching in the United States, where there is this town, named Buffalo, on the border with Canada. One of America's historical families moved here, emigrated in the 1910s. The boss who founded it moved from New York to Buffalo, and stayed there his whole life; once he died, his son became boss, and ran a pizzeria considered the best in America. Obviously, I went to eat at that pizzeria, but in the meantime the son died too, and the new boss was a third person who didn't belong to that family. The article opens with this pizzeria and tells how good that pizza was, to introduce the topic: how far can food travel? The article focuses precisely on the ways in which mafias migrate. In Ossigeno #06 we deepened the results of IHME - Institute for Health Metrics and Evaluation’s studies on how important it is not only what you eat, but also on what is not part of people’s diets – for many reasons, not least the economic one – such as fiber, meat, fruit and nuts. The Cosa Nostra mobsters seem not to fall short in this regard, also because the rites that you identify to distinguish the mafias almost always seem to contemplate a convivial moment. Food is important, and Sicilian mobsters do really possess extraordinary traits in this sense. The Sicilian mafia organizes great dinners. Schiticchiate, here is the precise word they use. They meet in a secluded villa, in the countryside, and cook. All men, only men, no women at all. Knowing how to cook in these convivial situations represents a plus, a positive fact. Goodfellas come to my mind; I also remember that a few recipes for the Goodfellas meat sauce – the one with meatballs, cooked by Ray Liotta, in Martin Scorsese's film – are rumoured to exist. Yes, and then some. Because, during these dinners, the mobsters actually begin to throw food at each other, or on the table. And there is even an American anthropologist, invited to one of these dinners, who described them. In addition to throwing food, they disguise themselves and do like carnivals, dressed as women too. So, this strictly male culture, this macho culture, suddenly turns and becomes quite the opposite. Rather singular aspect of the mafia, in particular of Cosa Nostra. But, beyond food, what do you think is one of the fundamental aspects that unites the international mafias? Another fundamental aspect of the mafias – shared by the Russians, for example, from which my research as a young PhD student began – is that they do not merely consider themselves as criminals. This would be the worst offense that you could turn to them, who instead see themselves as people
28 resolving situations, fixing things, making everything more homogeneous. Thieves in law, in short – which is the literal translation of vory-v-zakone, a Russian mafia’s term. Yes, right. Kind of good people. This was also said by Joe Bonanno in his autobiography (A man of honor, Ed.’s Note). The mafia have this sort of ideology that pushes them to move forward. Because, anyway, being a mobster purely motivated by economic advantage is very difficult. And this because the mafia is such an all-encompassing commitment that, in order to join these organizations, you have to believe it. That is, you have to believe in something that goes beyond pure profit… even if profit clearly represents another factor. Speaking of this blind faith: by studying it, or even by reading it from books, even from your own books, do you think that organized crime could exercise a kind of fascination with so-called normal people? Surely the mafias would like you to believe it. All the mafias that I mention in my books have created some mythologies about their origins. All strictly false. They are all born to fight injustice: Beati Paoli, in Sicily, fighting against the French, in Japan the same, the Triads as well. Even the Russian mafia has its own myth of origin: in its case, it is fighting against the "dirty communists". And do you think that someone could be fascinated by the mafia organizations reading your books? Well, I guess not... So, allow me to ask a different question: do you think there are some mafia members among your readers? Actually, my last book has been translated into Spanish and has been widely read in Latin America, so maybe someone who works for drug cartels was there... One of the rules I gave myself was not to have my books translated into Russian. In order to avoid an excessive proximity. These questions of mine also originate from a diffused criticism about mafia books, blamed for mythologizing it. Mafia life is partly a response to this criticism, and in my opinion it works just in the opposite direction. That is, instead of mythologizing it, it shows its cowardice and their insecurities. It shows that they don’t succeed at everything. �uite the contrary. Like what? The most striking example is taken from a book which, in my opinion, is among the most beautiful ever written about mafia. It is written by Felicia Impastato, Peppino Impastato's mother. Its title is La mafia in casa mia (tr. Mafia in my house, Ed.’s Note), in which she describes her son's funeral. Here is the scene: as you know, the Impastato family is a mafia family. Both Felicia and her husband had those origins, and Peppino rebelled against them. In the living room there are some family members waiting for the arrival of Peppino's coffin and one of them, a mobster, tells Felicia Impastato: «You'll see, there will be no one, your son was a communist, no one will give a damn». However, at a certain point, her niece opens the window and sees that behind Impastato's coffin there are thousands of people. Lashing out against the mafia. Shouting slogans against the mafia. And this mobster suddenly gets scared, whitefaced, sitting down on a chair and saying «Now they're going to break my head». This is a great lesson. It teaches us that, if we mobilize, they turn out to be nothing more than a small minority. Another thing that I try to demonstrate in my book is that not everything turns out as it should. Neither for them. One must be careful because mafia is very dangerous, but giving the impression that it is omnipotent, infallible, firstly is exactly what they want, and most importantly, it is not true. Because there are a lot of cases in which the mobsters have been defeated or deceived. So, in my opinion, the idea emerging from some stories, even from some tv ones, about mafia is, first and foremost, incorrect. And then it is an idea, an image, very convenient for the mafia itself, because what it needs is a reputation. The mafia wants us to fear it, so when it comes to ask us something, we immediately do what we are asked for. In this regard, there are some passages from your latest book that struck me: the ones in which you tell how some Cosa Nostra families find themselves powerless facing thefts, or assaults on the shutters of shops in neighborhoods they are convinced they are "controlling”. Not to mention the indifference of Chinese migrants and merchants to the racketeering demands and, ultimately, the inability to kick a vig up to Netflix or Amazon, which have now replaced proximity shops. That's right, and these stories come from Palermo, where the arrival of migrants has weakened the mafia (together, of course, with police repression). They tell us about apartment thefts not "sanctioned" by the
29 mafia, therefore revealing an inability to govern the territory. Then, in the intercepts, we discover that, for example, some members of the mafia gangs do not even have the money to pay the car instalments to the dealer, and are obliged to return it. This shows that they are weak – not always, not in all respects, but if we as researchers do not also point out their weaknesses, and when they are weak why they are so, we do great harm to the research. Returning to migrants, I would like to ask you what do you think about the issue of cheap labour – not only in the South, and not only in Italy, if the UN reports tell us about conditions of exploitation in the cultivation of certain types of fruit in Vietnam, in which civil rights are trampled on. Can this type of exploitation be considered as organized crime? Of course, because the mafias are involved in labor racketeering. Is this the English term? Yes, in England it is called labor racketeering, and it distinguishes a system in which entrepreneurs who use not-so-legal means meet a workforce willing to accept conditions of illegality, with the mafia mediating between these interests. We must never forget the responsibility of entrepreneurs, which is very serious. In this case, the agricultural ones, but also in construction we can easily find the same exploitation logics. I studied the case of Bardonecchia, in Piedmont, the first municipality outside the traditional geography, whose city council was dissolved due to mafia infiltration: the local mobster – Lo Presti, belonging to the 'ndrangheta – was just doing that kind of job, in construction in that case, exercising his control over the workforce of southern immigrants. Therefore, the mafia undoubtedly operates on these markets, and what we must understand is that it produces a service for both of these two entities, for both of these two interests. The entrepreneur gets cheap labor, threatened and controlled by the mafia, and the unemployed immigrant is unquestionably exploited, but he prefers to work rather than not doing it at all. Here is the trap. But we also know that, sometimes, the workers rise up. When I was about to complete my book Mafias on the move, I was in Rosarno immediately after the revolt that took place in 2010-11. The mafia is able to exploit immigrants only if they do not organize and protect themselves – as, for example, some groups of Bangladeshi immigrants do in Palermo. Per se, the immigrant is not always able to refuse mafia exploitation, but this depends primarily on his ability to organize himself in a group. And from the point of view of the company? The company is, in my opinion, the other side of the problem. Businesses asking for mafia’s protection benefit from its presence. Mafia’s problem is, it is a phenomenon that has lived since before Italy’s unification, repressed in history even quite heavily - by Falcone, by Borsellino, by the maxi-trial in Palermo. Yet it's still there, isn't it? In this sense, Giovanni Falcone's phrase comes to mind: «Mafia is a human phenomenon, and like all human phenomena it has its beginning, its evolution and therefore it will also come to an end». Do you agree? I agree, but in Italy we can’t see the end yet. And it gets worse, because what we have witnessed is the expansion to the North of traditional mafias – in Piedmont, in Veneto, in Lombardy and in Emilia too, as we know from the investigations in Reggio Emilia and Brescello. So, the situation is serious and it persists. Mafias expand. The reason why it has existed for more than a hundred years is because people outside the mafia benefit from its presence. In my study of Bardonecchia, I conclude that, in that case, the function of the 'ndrangheta, during the boom period of second mountain houses' demand, was to reduce competition in favour of some entrepreneurs, excluding others. And by procuring cheap labor. Therefore, it was entrepreneurs included in the economic cartel protected by the mafia who gained. Others were expelled, threatened, some others even murdered. Only one heroic mayor at the time, Mario Corino (mayor of Bardonecchia from 1973 to 1978, Ed.’s Note), reported its presence. An Italian anti-mafia hero who, however, no one remembers. Nonetheless, in my opinion, a solution cannot come only from entrepreneurs. It must come from the State, that is called upon to protect the markets, making sure that access to them is free and not closed – which is what mafias do: they do close the markets – and thus allowing the market to work fairly. What mafias produce is a violent regulation of the markets. And we cannot hope that a solution might come from entrepreneurs, who may be victims or accomplices, but in my opinion the solution lies outside. It lies in the State. In its rules and in its ability to govern the markets. If this is not the case, it means that the State is implicitly accepting this sort of neo-liberal ideology arguing that the markets can regulate themselves, and that therefore there is no need for its strong regulation on the matter. Well, this is a proposal that came vehemently back during the Covid emergency, and which mostly
30 comes from the sovereign political arc... But mafia likes small, closed worlds, rather than an open one. And in this sense, in a very broad sense, it resembles sovereign ideologies. Since you suggested to highlight the weaknesses of the mafias in order to fight them, can it be said that, for instance, one of the greatest successes in fighting mafia has been achieved overseas thanks to an infiltrator, the very famous Donnie Brasco? Yes, Joseph Pistone, who besides wrote a fantastic book (Donnie Brasco, Ed.’s Note), in which he tells his entire period of apprenticeship. It was a glaring error on the part of the mafia. A blunder... And as a matter of fact, after Pistone, the rules have changed. That book is extraordinary because it tells how he sold drugs instead of just buying them, which undercover cops usually don't. Or, he went to bars and said nothing. He never asked questions. He was just there. From your books, it is clear that you too love going to the places you write about. Once there, do you also use Donnie Brasco's strategy to gather information (that is to keep your mouth shut and not to ask any questions)? Yes. A very important aspect of my way of working is going to the places I write about. I have tried never to write about unvisited places. In my opinion it is fundamental, because living them gives you a sense of space, a sense of geography, and even if you don't discover any particular secrets, during the journey you can learn how people live their daily life. You can interact and talk, because obviously I'm not undercover, so I always declare who am I. It would be much more dangerous to go undercover, or to pretend to be a different person. If I’d get caught, I would risk a lot more. So, to get a clue on your next book’s subject, allow me to ask you what your last trip was. I haven't traveled in a while due to the Covid emergency, and I'm sorry about that. But, not so long ago, I went back to Russia...
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34 federico tosi stimabile e inestimabile. dal profitto al valore dell’azienda
35 Un’azienda deve mantenere la sua attività e generare una ricchezza aggiuntiva che spetta alla proprietà. Affermazione probabilmente riduttiva, ma certamente innegabile. Eppure, non sempre è stato così. Nel XIV secolo, a risollevare Firenze dal crack dei suoi banchieri furono i resti di quell’impero economico di mercanti che, nell’inseguire un’infinita ricchezza, si erano schiantati contro l’impoverimento della società. Le compagnie dell’epoca riemersero solo quando iniziarono a guardare alle loro città, a condividere i loro averi attraverso opere di sostegno al benessere e allo sviluppo economico e culturale della comunità. Sono nate in quel periodo istituzioni e strutture, per esempio in ambito sanitario, ancora oggi votate a quel servizio. Partendo da un’esigenza della società impoverita, le aziende di allora aggiunsero al profitto personale un fine sociale e di premura. Da questa vivacità economica, Firenze entrò nella meravigliosa era del Rinascimento. È dunque lunga secoli la tradizione di aziende con uno scopo ulteriore alla ricchezza della proprietà, e alcuni dei migliori esempi hanno saputo coincidere con i grandi momenti di cambiamento nella storia dell’umanità. Lecito, a questo punto, chiedersi come siamo giunti alla condizione odierna, e di aiuto è una sentenza del 1919, processo Dodge contro Ford. Nel 1916, con un capitale accumulato di sessanta milioni di dollari, Henry Ford dispose investimenti mirati all’aumento dei salari e all’abbassamento dei prezzi di vendita, affinché tutti potessero godere dei benefici di un’automobile e di una vita degna di tale nome. Per i suoi soci di minoranza, i fratelli Dodge, il vero scopo di un’azienda doveva invece essere la ricchezza del proprietario, e così citarono in giudizio il socio fondatore. Spiegò Ford in tribunale: «La mia ambizione è quella di dar lavoro a un numero ancora più alto di uomini, estendere i benefici di questo sistema industriale al maggior numero possibile di persone, aiutarli a migliorare la loro vita e la loro casa. Per questo, noi reinvestiamo nell’impresa la maggior quota dei nostri profitti». Il 7 febbraio del 1919, davanti alla Corte Suprema del Michigan, Henry Ford perse la causa. I punti di contatto con la Firenze del 1300 ci sono tutti: i limiti di una crescita come unica possibilità, le esigenze di una società che per tornare florida deve conoscere il benessere dei diritti più elementari. Si aggiunge oggi l’insostenibilità del processo produttivo fine a se stesso. Il tempo ha dimostrato che questo approccio non è più sopportabile. Lo dice il mercato, dove sempre più persone oltre al prodotto cercano altre risposte; lo dice, in maniera strutturata, la Doughnut Economy della Professoressa Kate Raworth. Docente alle Università di Oxford e Cambridge, Raworth ha sviluppato un nuovo design dell’economia, più libera dalla matematica (incapace di prevedere le conseguenze) e votata alla prosperità (e non più alla sola crescita). In questo modo, la Professoressa Raworth ha annientato il disegno economico del piano cartesiano rimodellandolo in una ciambella – quella, appunto, della Doughnut Economy. In questo nuovo design, la circonferenza interna della ciambella rappresenta il limite oltre il quale non si possono abbassare i diritti inviolabili dell’uomo, quali accesso al cibo e all’acqua, ai servizi essenziali, al voto e alle libertà personali. La circonferenza esterna definisce invece il confine entro cui bisogna fermarsi, prima che il consumo di suolo e risorse del pianeta incida irrimediabilmente sulla sopravvivenza dell’ecosistema. Nella pasta della ciambella c’è la sostenibilità. Se ogni attività dell’uomo, aziendale, comunale o nazionale si definisse all’interno di questo nuovo design, allora la sostenibilità diventerebbe un discorso concreto. Il rivoluzionario impulso che Raworth imprime all’economia mondiale, con una comunicazione virtuosa nello scopo ed eccezionale nel metodo, inizia a trovare, a un secolo dalla sentenza FordDodge, aziende e città mosse dallo stesso scopo e illuminate da quella che è a oggi l’unica via di sviluppo: la condivisione della propria ricchezza, intesa come economica, ma anche di esperienza e conoscenza. �uesta è prosperità. Un tratto comune ai grandi interpreti di questo modo di fare azienda è l’incredibile vivacità comunicativa che si può manifestare promuovendo un valore, un obiettivo diverso dal profitto personale. Su certi temi è possibile un marketing spregiudicato nella violenza e nel colore, ed è sempre intensa e coinvolgente la capacità espressiva di certi messaggi, dove sono la sincerità e la priorità dello scopo a prendere la scena. Valori che vengono condivisi, affinché diventino un impegno di tutti. Giornalista applicato in ambito alimentare, all’inizio degli anni 2000 l’olandese Teun van de Keuken si autodenuncia dopo aver mangiato diciassette barrette di cioccolato. Il capo di autoaccusa è lo
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